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Full text of "Sulle attuali circostanze : dialoghi tre / di C.V.P."

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ATTUALI CIRCOSTANZ 





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DI 



C. V. P. 




BOLOGNA 1849. 

TIPOGRAFIA SASSI NELLE SPADERIE. 



ERRATA CORRIGE 

Pag. 13 linea 34 di lui — leggi — di loro 
„ 18 33 3 Riformati capuccini — - Riformati 3 i Capuccini 



A FILEMONE 



lion ti dispiaccia, o carissimo Filemone la de- 
dica che io ti fo di questi tre dialoghi , relativi alle 
dottrine e alle circostanze de } nostri dì. V abuso di 
massime antisociali e irreligiose che propagami ovun- 
que dai moderni filosofi a questo scopo d } ingannare i 
popoli, e di sconvolgere tutto il mondo, mi mise in 
capo di scrivere alcune cose fra questi ozi campestri , 
e di dedicartele , giacché so che tanto ti compiaci di 
seguire la verità. Tu forse potresti argomentare che io 
avessi scritto nobili cose e pellegrine , e che ovunque 
avessi diffuso il buon gusto della lingua , e della più 
fulgida erudizione : no , e se così f inchini a credere , 
V inganni a buon partito , che vedrai anzi non essersi 
adoperato da me che termini volgari, umili parole, 
ma solennemente vere , proprie a trar d? inganno gV il- 
lusi. Le quali cose sebbene a te le abbia indirizzate , 



non per te le composi , ma per quella classe ignorante 
che tanto abbisogna le sia aperta la verità, ora che 
tanti mastri di menzogna spargono a larga mano il 
veleno d'infernali dottrine. Se tu lieto accorrai questi 
miei pensieri > e farai loro buon viso , non mi potrai 
certo rendere di tua amicizia più chiara testimonian- 
za , e tanto più te ne saprò grado, quanto maggior- 
mente intenderai con tutto V animo a diffondere buone 
massime, e a dilatare la conoscenza di queste mie co- 
succie. Che così tu farai , io porto certissima fiducia , 
affermandoti pure che tra poco io fregierò altre pagi- 
ne del tuo nome. Addio, carissimo Filemone. 



C. V. V. 



DIALOGO PRIMO 



SOPRA 1 BENI SPETTANTI ALLA CHIESA 



DIALOGO 

ED UN MEDICO DI CAMPAGNA 



'VV^ 



SOPRI I BENI SPETTANTI ALLA CHIESA 



Par. Ben venuto, caro Dottore. Che notizie mi recate di 
questo mondo sconvolto? 

Dot. Le solite, e a dirvi il vero se ne raccontan tante, che 
bisogna indursi a crederle. 

Par. A crederle? beninteso se sono vere. 

Dot. Vi pare? qui si tratta di filosofìa, di diritti, e d'ogni 
maniera legalità. 

Par. Che in vero senso vuol dire credere e far tutto a ro- 
vescio ; perocché i nostri filosofi* mentre proclamano i diritti 
dell'uomo, scannano prima il loro simile, e poi per di più non 
rendon ragione del loro operato. 

Dot. Ancor questo è un progresso a cui non si può resi- 
sistere, ed è un segno che hanno diritto di farlo. 

Par. Come? scannare gli uomini, rubarli, massacrar le fa- 
miglie senza ragione è un diritto, un progresso? ve l'ho già 
detto che per cogliere il vero bisogna intender tutto a rovescio. 

Dot. Voi altri preti state sempre attaccati a dottrine disusate. 
Bisogna già che presto o tardi veniate dal nostro partito. 

Par. Finché avete di cosiffatte dottrine e legalità vi assicu- 
ro che né preti, né frati, né qualunque persona dabbene si 
metterà mai dal vostro lato. Perderemo prima tutto, anche la 
vita , ma non aderiremo mai alle vostre teorie. 



8 

JÓot. Non sono giuste le nostre dottrine? è ora che abbando- 
niate il comando , e serviate a 5 nuovi padroni , che finalmente 
abbiam conosciuto essere i papi usurpatori di queste provincie, 
averle eglino rubate ai nostri avi, ed averci schiacciati sotto la 
verga pastorale ; quindi ingiustizie, oppressioni , barbarie e morti 
formano il retaggio che di secolo in secolo ci hanno lasciato. 

Par. Veramente mi avete sbalordito con questa dottrina da 
progressista. Oime! quanto siete in inganno, signor dottore! 
spiegatemi bene questo bellissimo squarcio se volete che io en- 
tri nel vostro partito. 

Dot. Certo, questo stato era nostro e ce lo usurparono i papi. 

Par. E voi altri ve lo lasciaste prendere? e non opponeste 
resistenza? ditemi in fede vostra, chi vi avea fatto padroni del* 
lo stato romano prima che i papi vi spossessassero? mostrate- 
mi i documenti di compra, o di cessione, o di conquista, o 
di dono, od anche se volete di usurpazione fatta in altri tem- 
pi da voi, o dai papi contro i vostri avi. 

Dot. Voi non sapete la storia. 

Par. Per mia fé dite il vero. Ma intanto non mi date i do- 
cumenti delle vostre asserzioni. 

Dot . Adagio : quando non vogliate altro , eccoli pronti. 

Par. Li vedrò volentieri. 

Dot. Sappiate che in origine l'Italia era tutta libera e non 
conosceva dominazione di dispotismo. Roma comandava libe- 
ramente al mondo intero. E quanti re balzò dal trono 5 e li 
condusse captivi fra le sue mura, e assoggettò i loro popoli 
alla sua dolce libertà? fu per amore di libertà che Romolo ven- 
ne ucciso,, e poscia cacciati per sempre i Tarquinii, in odio 
de 5 quali venne abolita la dignità reale con orribili esecrazioni 
contro di quelli che avessero congiurato a ristabilirla. Bruto 
che conosceva di qual pregio fosse la libertà, fece giurare al 
popolo che non avrebbe mai permesso che alcun re tornasse 
a signoreggiarlo, Ma siccome tutte le umane cose sono sogget- 
te a vicisiludini, e le repubbliche meglio formate cadono a poco 
a poco in languore fino allo scioglimento; ecco perciò Roma, 
la culla della libertà, divenir dopo più secoli la sede della ti- 
rannia, e conoscere un imperatore in Cesare Augusto, il primo 
che ci mise quel servaggio il quale tuttora frementi portiamo. 
Poi 

Par. Basta, signor dottore, basta, vi siete dichiarato abbastanza, 



9 

e veramente avete cominciato ab ovo. Capperi! cominciar da 
Romolo i vostri diritti! cominciar da ventisei secoli non è cosa 
di poco! Voi dite dapprima che Romolo venne ucciso per amo- 
re di libertà. Veramente non so dove abbiate trovato questa 
storia 5 perchè se a tale scopo fosse stato ucciso, non gli sa- 
rebbe succeduto in secondo re Numa Pompilio, e poi Tullio 
Ostilio, e poi Anco Marzio, e poi Tarquinio Prisco, e Servio 
Tullio, e fìnalmeute Tarquinio il superbo. Qui cominciò la li- 
bertà romana, qui le grandi spedizioni militari, qui le strepi* 
tose conquiste fatte in quasi tutto il mondo allor conosciuto. Ma 
per le macchinazioni e guerre intestine si vide più volte que- 
sta grande repubblica ridotta agli stremi. Finalmente per la 
disfatta di Bruto e Cassio spirò con loro la libertà. Cesare ed 
Antonio furono i vincitori, i quali dopo essersi sbrigati dei de- 
bole Lepido, fecero diversi accordi e divisioni; ma Cesare fu 
superiore, e la battaglia aziaca cambiò affatto i destini di Roma, 
che interamente si sottopose ai primo imperatore Cesare Augu- 
sto. Addio signora libertà romana! Sono già dicianove secoli 
che voi spiraste. 

Dot.. Convengo con voi, signor Paroco : ma è sèmpre vero 
che questi imperatori vennero eletti dal popolo , e dalle mili- 
zie; sicché anche da questa parte, come vedete, Roma era li- 
bera, e si eleggeva i capi. Anzi alla morte di Caligola il Senato 
fu sul punto di ristabilire V antica libertà e la potenza conso- 
lare. Vedete adunque che i romani hanno sempre sostenuto i 
propri diritti. 

Par. Non ho mai letto una storia che mi mostri gl'impera- 
tori romani eletti dal popolo } ma sibbene dai soldati. Fu per 
le rivoluzioni cagionate dalle violenze di Nerone che i soldati 
cominciarono ad eleggersi un imperatore. Anzi giunsero a tan- 
to che vendevano perfino l'impero pubblicamente, dandolo al 
maggior offerente. La qual cosa fece nascere terribili cangiamen- 
ti e divisioni senza fine. Il Senato indarno procurò di ristabili- 
re 1' ordine [primiero, che subito dovette cedere alla forza 
opprimente. 

Dot. Eccoci alle tirannie. 

Par. Tirannie |davvero, signor dottore! [In mezzo a tante 
opinioni, a tanti massacri, a guerre eterne,, era ben tempo da 
ristabilire una repubblica ! voi scherzate ! non sapete che il po- 
polo è una bestia che bisogna infrenare, e che allora era necessità 



lo 

l'avere un sol capo anziché infiniti? non sapete che Roma e 
l'Italia intera non erano più capaci di resistere ai loro nemici! 
dalla morte di Cesare Angusto ( e scorsero più di tre secoli ) 
fino a Costantino, Roma fu straziata, anzi Italia tutta, da stra- 
gi, da persecuzioni infinite. Iddio pose fine a tante calamità: e 
partendo Costantino da Roma, 1' abbandonava in certo modo ai 
papi , quasiché l' imperiale grandezza star non potesse rimpetto 
alla pontificia autorità. Papa Silvestro suddito di Costantino di- 
venne allora non il padrone di Roma, ma il conservatore del- 
la pace, dell'ordine e della giustizia. La pace fu allora dona- 
ta alla Chiesa, e Costantino la colmò di onori e di beni. I bar- 
bari che infestavano l' Italia furono repressi da Costantino e 
da' suoi figli. Ma alla morte di questo imperatore nacquero mi- 
serabilissime vicende. L'impero romano in due si divide. Di qui 
un'altra volta i disastri d'Italia grandi, indicibili ; lo sfascia- 
mento di questo impero, e le invasioni d'infiniti barbari. Tutto 
l'occidente è abbandonato ai massacri, alle mine, ai saccheg» 
gì 5 alle arsioni dei Vandali, dei Visigoti, dei Franchi, dei Sas- 
soni, e Roma e Italia tutta è quasi abbandonata alla estrema 
distruzione. Per due secoli e più durarono coloro, e incrudeli- 
rono, e insozzarono questa penisola colle stragi più crude. Fi- 
nalmente Iddio volle dar pace ai popoli, e ridurli al dovere. 
Perciò ingrandisce di molti beni la Chiesa, donati dalla libera- 
lità di principi cristianissimi. Questi largheggiarono le citta i 
ducati, e le marche alla chiesa per pia loro liberalità, e per 
maggior fregio di lei. Un Carlo Martello, poi un Pipino, poi 
un Carlo Magno, gli Ottoni, Arrigo I. imperatore , e la contes- 
sa Matilde, e Rodolfo d'Ansburgo, e tanti altri donarono alla 
chiesa romana queste belle provincie che tuttora possiede, man- 
tenute da lei con sommo decoro, rendendo sempre felici tutti 
que' sudditi che all' ombra delle sue chiavi cercarono protezione. 

Dot. Però furono costretti questi principi dalla prepotenza 
papale a far questi doni alla Chiesa, ed ecco che per via di 
violenze i papi s'impadronirono di queste provincie. 

Par. Spiegatevi meglio. 

Dot. Non potrete negare che i papi non sieno stati sempre 
ambiziosi, cupidi di comando e di regno, tenaci dei loro pre- 
tesi diritti. Si servirono della verga pastorale per abbattere lo 
scettro reale. Abusarono delle autorità divine per ingrandirsi. 
Un Ruggiero re di Puglia dovette piegarsi ad Innocenzo II. Un 



11 

Arrigo imperatore nel più crudo inverno dovette stare per lun- 
go tempo esposto alle buffere ed alla neve, al castello di Ca- 
nossa aspettando papa Gregorio che gli dia la penitenza, e lo 
ricomunichi alla Chiesa. Federico Barbarossa in Venezia dovette 
prostrarsi dinanzi a Papa Alessandro nel mezzo della piazza di 
S. Marco tutta ondeggiante di popolo. Così dite di uh Federi- 
co II. che dovette in Roma abbassarsi sugli scaglioni di S. Pie- 
tro ad Innocenzo IV. e d' infiniti altri. A che scopo questi trat- 
ti di ambizione se non per ingrandire il loro patrimonio , e op- 
primere principi e popoli in un istesso tempo ? 

Par, Siete voi persuaso che tutti questi personaggi fossero 
innocenti? Se lo erano, ve la do buona che i papi, per ser- 
virmi de' vostri termini, fossero ambiziosi. Ma se non lo erano, 
i papi furono giusti in esigere questi atti di umiliazione in chi 
avea peccato. Credete voi, signor dottore, che se questi prin- 
cipi non fossero stati rei di qualche gran colpa si sarebbero 
piegato sì facilmente ad umiliarsi a quei pontefici che tanto ab- 
bonivano? credete che non avessero dimandato giustizia contro 
i loro accusatori, e non si fossero servito di ottimi patrocina- 
tori? Tutti codestoro e tanti altri che avreste potuto nominar- 
mi, erano rei di delitti grandissimi in faccia alla Chiesa ed ai 
popoli. Era loro studio 1' invadere i diritti e le proprietà della 
Chiesa, perseguitare, e incarcerare i suoi pastori , movere in- 
giuste guerre a danno dei popoli , tenere vita scandalosa , non 
ascoltare, anzi rendersi contumaci alle paterne voci dei ponte- 
fici. E siccome i delitti loro erano pubblici e notori a tutto il 
mondo; per questo era necessario affine di riparare gli scandali, 
che pubblica e notoria fosse la loro penitenza. Ma ad onta di 
tutto questo, e della sterminata ambizione dei papi, quand' è 
che costoro cederono i loro stati alla chiesa ? queste sono fila- 
strocche di romanzieri accaniti contro l'augusta religione, ed 
i suoi pastori; sono dettati della più raffinata malizia per som- 
movere i popoli e trascinarli al delitto. Signor dottore, nei ro- 
manzi non s' impara la storia , ma la falsità. 

E donde avvien mai che si possano chiamare ambiziosi i 
pontefici nell'esiggere queste sommessioni da principi scanda- 
losi? veramente questo è uno sragionare che non si è mai usa- 
to se non a giorni nostri, o poco più addietro. Bisogna ben 
essere digiuno della storia e della disciplina delia Chiesa per 
non conoscere la ragionevolezza di quelle canoniche pene che 



12 

ìe leggi dei concili infliggevano contro di quelli che si abusa- 
vano, o manomettevano i suoi diritti. Eh, signor dottore, collo 
screditare la costanza, l'autorità e il dovere di quei venerabili 
pontefici, sapete che si esige quest'oggi? si esige di rompere 
qualunque unione colla chiesa madre nostra. Si dipingono cru- 
deli i suoi pastori perchè non si vogliono puniti i delitti: si 
chiamano ambiziosi i papi perchè V ambizione sta ne' loro op- 
pressori : si chiamano avari e detentori illegittimi del patrimo- 
nio di S. Pietro e delle provincie della Santa Sede perchè que- 
sti possedimenti si vogliono rubare dai nostri filosofi. Quando 
non si avevano queste mire di tutto saccheggiare, e di spoglia- 
re la Chiesa delle sue possessioni, non si parlava certo come 
oggi si usa. Vi rimetto alle storie di un secol® addietro, e sa- 
rete molto bene convinto. 

Dot. Neppur con questo mi convincete. 

Par. E chi ha mai preteso di convincere i filosofi, special- 
mente i moderni maestri di comunismo, e di socialismo? non è 
forse loro studio l'invader tutto, lo spogliar tutti, e distrug- 
gere non che la chiesa, ma anche l'intera società? 

Dot. Non vi adirate, di grazia, e non andate fuori di ar- 
gomento. 

Par. Come fuori di argomento? vi narro io forse delle fa- 
vole? Leggete solo le leggi, i comandi e le violenze della re- 
pubblica romana moderno parto della più nera ingratitudine, 
e vi persuaderete. 

Dot. Anzi ella voleva equilibrare e compartire con senno le 
rendite della chiesa dando a suoi ministri un appannaggio più 
giudizioso, mentre è ingiusto che uno abbia per dieci di ren- 
dita , e 1' altro per tre solamente. 

Par. Vi assicuro che rispetto ai ministri della religione, non 
poteva la repubblica romana equilibrare e compartir meglio le 
loro rendite se non col rubarle , e poi dichiararle proprietà 
nazionale. 

Dot. Intanto si stabiliva pel papa una grandissima pensione, 
ed altre pensioni per tutti i ministri della religione. 

Par. Direste meglio che si sarebbe pensato a scannarli per- 
chè la nazione non avesse avuto più il peso di mantenerli. 

Dot. Voi inclinate alla maldicenza. 

Par. Davvero, signor dottore, che i fatti e le intenzioni dei 
nostri bruti da tutti s'ignorano. Ditemi pertanto, chi ha dato 



13 

diritto ad uomini pessimi di dividere, e distribuire, come voi 
dite, i beni della Chiesa? Si sa quante cautele anche i gran 
principi usano per ottenere sopra un benefizio una piccola pen- 
sione. Le proprietà della chiesa sono cose consacrate a Dio , e 
non v' ha potenza e autorità umana che le possa rapire e ma- 
nomettere. 11 solo Sommo Pontefice che ne è il fedele distribu- 
tore può in bene della Chiesa e dei fedeli cambiar qualche cosa 
in ordine di disciplina, ma cangiarne la natura non mai. Non 
ci volevano che i moderni repubblicani di Roma i quali con 
impudenza inaudita ardissero di alzar la mano per rapire ciò che 
al divin culto appartiene. 

Dot. Sbagliate, signor paroco. Ditemi, non è giusto che si 
possa talora prendere indietro ciò che si diede alla Chiesa? 
osservate in quali circostanze la repubblica ha fatto queste leg- 
gi. Il capriccio non v'entrò, ma il bisogno assoluto dello stato, 
e la felicità della nazione. 

Par. È giusto , signor dottore , che la dote donatavi dai pa- 
renti di vostra moglie, si ripigli indietro da loro? 

Dot. Questo no perchè è un contratto. 

Par. Bene, comunque sia la dote della chiesa , dessa è sem- 
pre un contratto, poiché vi fu la donazione e 1' accettazione, e 
il pretenderla indietro sarà sempre un' ingiustizia gravissima, e 
un sacrilegio. Come poi possano ripigliarsi i beni della chiesa 
i repubblicani col pretesto che si possa ripigliar di nuovo ciò 
che si diede? Sapete che cosa hanno donato i repubblicani? 
non i beni e le possessioni alle chiese, essendo tutti disperati e 
uomini perduti, ma il saccheggio de' suoi beni, ma la morte 
de' suoi ministri, ma la dispersione de' suoi figli. Ciò si è ese- 
guito in tutte le rivoluzioni d' Europa. Le storie parlan chiaro. 
I primi ingiusti oppressori e detentori dei beni della Chiesa, per 
non andar più indietro, furono tutti i seguaci delle dottrine di 
Lutero e di Calvino che permettevano a tutti lo spoglio dei be- 
ni della Chiesa. Ciò eseguirono molti principi Alemanni imbe- 
vuti di quelle massime. Dopo di lui fece lo stesso Arrigo Vili 
in tutto il regno d'Inghilterra. Osservate i moderni rivoluzionari 
di Francia, poi quelli di Spagna, poi quelli di Portogallo, e 
poi i nostri d' Italia. Tutti costoro hanno rubate e spogliate le 
chiese dei loro beni, dichiarandoli beni nazionali col pretesto 
di render felici i popoli. Ma ad onta di tutto questo i popoli 
sono divenuti più infelici e miserabili, perchè quei beni sono 



14 
divenuti proprietà di pochi, e non della nazione. E voi, filosofi, 
nel proclamar queste cose, ingannate i popoli, e gli opprimete 
con un maggiore servaggio, Aggiugnete che eseguito lo spoglio 
delle chiese e dei chiostri, decadono tutte le arti, e perdono 
il loro splendore. Nessuno più cura gli artefici di opere grandi, 
le utili scoperte scientifiche sono neglette, le grandi imprese di 
fabbriche e di monumenti di ogni maniera non si curano, e 
non basta 1' animo nemmen di cominciarle. Quei poveri poi che 
ogni giorno trovavano di che vivere alle soglie dei templi ed 
alle porte dei claustrali, trovano invece accaniti sgherri, o pro- 
prietari senza carità. Ecco danni incalcolabili alla nazione, alle 
arti, e alla miseria. 

Dot. Ma tutte le regole soffrono eccezione. I seguaci di Lu- 
tero, gli Arrighi e gli altri erano nemici dichiarati della chiesa, 
e non è quindi meraviglia se si appropriavano i suoi beni; ma 
i nostri repubblicani hanno sempre protestato di voler mante- 
nere la religione, i suoi ministri, favorire le arti belle, e man- 
tenere i poveri. In tutte le loro leggi non v' ha che giustizia e 
previdenza. 

Par. Per voi altri non v' ha regola di eccezione quando si 
tratta di appropriarvi l' altrui. Voi altri vi contradite ad ogni 
passo. Volete salve e rispettate le proprietà d'ogni ragione, e 
poi siete i primi a violare le vostre leggi. In una parola la 
chiesa ha delle proprietà: o volere o non volere, ciò che è 
suo non è vostro. Le sue rendite vanno sparse fra tutta la so- 
cietà. Le moschee dei turchi , le sinagoghe degli ebrei, le con- 
venticole degli accattolici hanno i loro beni, e nessuno attenta- 
si di spogliarle. Perchè dunque tanta ingiustizia contro la chiesa 
romana, l'unica e vera chiesa di Dio? perchè voi socialisti, 
comunisti e filosofi credete tanto a questa chiesa ed alla sua 
dottrina , quanto vi crede il sozzo Mussulmano : perchè lo sco- 
po vostro è questo di distruggerla affatto, e nel proclamare di 
mantenere la religione e i suoi ministri, volete insieme tutto di- 
struggere j e le arti da voi favorite, è lo spoglio di tutti i lavo- 
ri egregi, la vendita loro fatta a' stranieri, e a chi offre un sol- 
do di più, e mantenete i poveri col dilatarne il numero, e ac- 
crescerne la miseria. 

Dot. Come provate voi questo? 

Par. Leggete i proclami dei nostri Bruti, osservatene gli 
effetti, e vi basti. 



15 

Dot. Se io non fossi ben intenzionato, voi mi fareste strabiliare. 

Par. Adagio 3 signor Dottore; non intendo come sia retta 
questa vostra intenzione dal momento che vi veggo sì tenero 
per tante castronerie. 

Dot. Oh ! a dirvi il vero e' è dell' abuso nell' amministrazione 
dei beni della chiesa. 

Par. Ve ne sarà. È qual è quella società composta d' uomini 
che non abbia un qualche abuso? 

Dot. Dunque bisogna rimediarvi. 

Par» Rimediarvi da voi? Se voi dilapidaste i vostri beni, 
accogliereste volontieri chi volesse impadronirsi di loro perchè 
voi non ne sapete fare un buon uso? gridereste alla soperchie- 
ria, al furto, al tradimento, e vorreste ad ogni costo mantenere 
i vostri diritti. Or bene, supposto che vi sia un qualche abuso 
nell'amministrazione dei beni della chiesa, non veggo ragione 
che permetta a voi di correggerlo, perchè in questo ..ejtffegni 
altro caso spetterà sempre a chi ne ha il diritto V^Sè alla 
chiesa istessa.* 

Dot. Ad onta però di tutto questo bisognerà che conveniate 
essere i beni delle mani morti inutili, anzi di grave danno alla 
società. 

Par. Come di grave danno ? 

Dot. Perchè tante terre e possessioni che ha la chiesa e tante 
famiglie religiose, sarebbero del popolo il quale promoverebbe 
P industria , e il vantaggio della società. 

Par. Sentite. Voi o non avete senno , o siete interamente 
malizioso. Perchè i beni delle mani morte sieno inutili e di 
danno alla società, bisognerebbe che le chiese e le famiglie che 
li posseggono non gli curassero. Ciò è falsassimo, e non è me- 
stieri che lo provi. Voi direte che sono inutili e di danno alla 
società perchè sono della chiesa, o di qualche famiglia religio- 
sa. Benissimo , veggiamo se è vero. I ministri della religione 
cominciando dal Papa fino all' ultimo chiericuccio sono mem- 
bri della società , quindi hanno diritto di vivere. Vivano mo 
coi beni della chiesa, o con propri, non importa all'argomen- 
to. Inoltre i frutti di questi beni vanno diffusi fra la società 
come se fossero frutti di beni dei privati; perciò di essi vivo- 
no i tanti religiosi, e i tanti inservienti delle chiese e dei mo- 
nasteri, i quali se per vivere non godessero i frutti di tali be- 
ni , sarebbe d'uopo che vivessero egualmente colle rendite di 



16 

altri fondi. Vedete quanti sono gli operai, gli artieri che lavo- 
rano continuamente nelle case religiose, sia mantenendo i fab- 
bricati, o aumentandoli; vedete in dette case e in dette chiese 
pittori, scultori, fabbri, muratori, argentieri', servi e facchini, 
oltre ad una folla di poveri che opprime. Dunque i beni delle 
mani morte non sono inutili e dannosi, ma di giovamento alla 
società, di decoro alle arti, di sussidio ai poveri. Anzi vi dirò 
che con maggiore economia vengono amministrati , perchè da 
queste case è sbandito il soverchio lusso, la sontuosità dei 
conviti, la preziosità delle vesti, la magnificenza degli apparta- 
menti, Io sfogo delle gozzoviglie, cose tutte che sono dì danno 
alla società, come lo sono pe' privati. Vedete inoltre che questi 
beni non sono per nulla esenti di tutti que' pesi che hanno le 
altre proprietà. Non credeste però che queste religiose famiglie 
potessero fare degli avanzi straordinari, perchè hanno il suffi- 
ciente, e tante di loro hanno appena il necessario, e tante vi- 
vono di carità. E se taluna potesse avere dei frutti in qualche 
abbondanza, non dubitate che sieno malamente spesi. Che ai 
contrario, quanti privati signori, senza che sieno mai disturbati, 
adunano delle somme ingentissime che restano morte con danno 
talora della società? Sapete che vorreste voi altri filosofi? ap- 
propriarvi i beni del clero, lasciare al governo la cura di sti- 
pendiarlo, e poi snidar tutti i preti, i frati, e le monache dalle 
loro case e conventi, e farli servire ai vostri desideri, farli pre- 
dicare dottrine da Sibarita, ridurli all'ultima abbiezione, e poi 
distruggerli affatto. E se non mi credete mi appello all'esperienza. 

Dot. Appunto andiamo alla esperienza. 

Par. Bene, che vi dice questa esperienza? 

Dot. Che i preti sono molti, e i poveri sono infiniti. 

Par. Che conchiudete da questo? non lo sapete nemmen 
voi. Bene concluderò io. Non è vero che i preti sieno molti 
perchè appena v'ha il necessario per servire ai bisogni spiri- 
tuali dei prossimi. E ancorché fossero molti, non saranno mai 
tanti, quanti erano un mezzo secolo fa. Eppure con questa gran- 
de diminuzione di preti e di frati, e collo sfasciamento dei loro 
beni, sono accresciuti fino all'infinito i poveri. Rispondetemi 
come si spieghi questa partita. Osservate, è ornai un mezzo se- 
colo che nella sola Bologna sono diminuite le parocchie più 
della metà, i conventi oltrepassavano al centinaio compresi quel- 
li della provincia, tutti pieni di religiosi, e tutti qual più qual 



17 

meno, dottali di sufficienti rendite. Pure anche in allora Bolo- 
gna si chiamava la grassa. Dunque secondo i vostri calcoli oggi 
Bologna dovrebbe chiamarsi grassissima perchè i beni delle chie- 
se e dei conventi d'allora sono divenuti proprietà di tanti par- 
ticolari, e del governo. Con tutto questo però si può in oggi 
chiamare Bologna la magra, i poveri sono cresciuti stupenda- 
mente, manca loro il lavoro, moltissimi vivono di accattonaggio, 
e sempre si aumentano. In allora i preti erano molti, e i pove- 
ri pochissimi, e quei pochissimi trovavano lavori o almeno li- 
mosine presso le famiglie religiose. Oggi che queste non esisto- 
no più, e che i loro conventi e case sono divenute quasi tutte 
prigioni, galere, teatri, postriboli , taverne, osterie e magazzini, 
sono infiniti i ladri, gli assassini, gli scioperati, i vergognosi, e 
i veri poveri, Da che si deduce', che i beni in mano degli ec- 
clesiastici fruttano maggiormente pei poveri, perchè l'avanzo 
che se ne fa è di sua natura loro proprietà , e spogliando la 
chiesa delle sue rendite , si conduce la mendicità nel tugurio 
del povero, il quale nell' eccesso della disperazione si dà talo- 
ra in braccio ad enormi delitti. Eppure con tutto questo voi 

altri filosofi , progressisti illuminati , tutti falliti ec vorreste 

provarci a quattrocchi che siete i ristoratori della società , i 
proveditori dei poveri , gli amici del popolo. Ma intanto in 
quattro mesi ci avete tolto le belle monete d' oro e d' argento, 
dandoci in lor vece della carta, avete impoverito lo stato, ri- 
dotti agli stremi i men agiati cittadini, accresciuta V oppressio- 
ne, impedito il commercio , angariati ed uccisi i buoni , calun- 
niati e massacrati i preti, dilatata la libertà ai più enormi de- 
litti ec e per sopravanzo volevate darci ad intendere che 

divenuti proprietà della nazione i beni della chiesa, si sarebbe 
vivuto nell'abbondanza. Ma che meraviglia, se lo scopo delle 
presenti rivoluzioni è questo di opprimere e di rubare? 

Dot. A dirvi il vero queste riflessioni non mi dispiacciono* 

Par. Questi sono falliche ve li mostra l'esperienza. 

Dot, Questo ve lo accordo, ma però è ingiusto che i frati 
che si chiamano poveri abbiano tanti beni. 

Par. Ragionate ben meglio, signor dottore, e pensate che 
quei frati che si chiamano poveri non hanno alcuna ricchezza , 
né possedimento. 

Dot. Nulla le ricchezze dei gesuiti, delle Abazzie, delle men- 
se vescovili, dei capitoli, e di tante famiglie religiose e di tante 



18 

parocchie? siete voi, o sono io che parlo a rovescio, chi met- 
te il naso in tante ricchezze fuori dei preti e dei frati? 

Pur. Spiegatevi dunque meglio e vi risponderò. Molte sono 
le famiglie religiose che sono povere , e vivono di carità, come 
p, e. i minori Osservanti e Riformati capuccini ed altri, e que* 
ste non possiedono. Altre famiglie religiose posseggono dei fon- 
di, e queste non si possono dir povere perchè hanno le proprie 
rendite, e non vivono di carità , come p. e. i domenicani, i sner- 
viti, i certosini, ì camaldolesi, i benedettini ed altri. Così dite 
di tante monache. Questi tutti posseggono dei beni donati loro 
in origine o dalla liberalità di princìpi , o procacciati da loro 
a forze di fatiche e di risparmi , o da pii lasciti di quegli anti- 
chi cristiani, de' quali oggi è perduto il modello, Se dunque 
posseggono, come è evidente, per questi titoli, e se i loro beni 
sono stati sempre garantiti dalle leggi dei rispettivi governi, se 
essi ne usano rispetto alla società, come fanno le famiglie dei 
privati; con qual diritto voi altri filosofi ve li volete appropria- 
re? perchè sono beni di comunità religiose? ma non sono io 
padrone di donare il mio a chi mi pare, e di vivere a mio 
modo , o nel secolo , o in una comunità e di disporre delle 
mie proprietà a favore di un convento di frati, come a favore 
di una famiglia secolare? Così dunque angariate la libertà men- 
tre la proclamate? perchè mi dite che i gesuiti posseggono 
quando obbrobriosamente gli avete cacciati dalle loro pacifiche 
case a guisa di ladri e di assassini? Così voi compensate chi 
tanto faticò per l'intera società! e non sono essi raminghi pel 
mondo accattando limosine per aver di che vivere? e i beni che 
essi possedevano non furon lor dati affinchè instruissero tanta 
gioventù, e abilitassero i loro individui a divenire illustri ora- 
tori, sagaci consiglieri, caritatevoli ^confessori, e uomini dot- 
tissimi in ogni guisa di scienze? Anime illustri, anime grandi, 
che altro vi poteva dare il mondo per rendervi maggiormente 
degni di seguire l'agnello immaculato, e per rendervi degni di 
una doppia corona di gloria?.... Nulla poi vi dirò dei beni delle 
Abazie, delle mense, e dei capitoli tanti , perchè i titoli dei loro 
possedimenti sono giustificati [dai- secoli, e dalle leggi di tutte 
le genti. Certo che nessuno deve intrigarsi dei loro interessi, e 
nessuno deve mettere il naso nei loro beni senza far loro una 
gravissima ingiuria. Ma voi cui tutto volete sia lecito per fas o 
per nefas, non aveste tanti scrupoli di spossessarli, e d'impadronirvi 



19 

delle loro sostanze, cacciandoli dalle loro pacifice dimore, 
formando di loro caserme militari, ricoveri di gente di mal 
partito. Ecco dove vanno a finire le vostre legalità sotto il no- 
me di diritti del popolo, e colla finzione del pubblico bene. 

Dot. Concedo che i titoli dei possedimenti ecclesiastici sa- 
ranno legittimi e ragionevoli , ma non mi potrete negare che 
tanti non se ne abusino , per cui ne scapita la purezza e la 
semplicità della religione. Difatti che cosa possedevano gli apo- 
stoli, i primi pontefici, e i primi vescovi? Solamente il buon 
nome, l'integrità delia vita, e nulla più. Perchè ora un lusso 
tanto scorretto? come questo conviene alla dottrina di Cristo 
il quale nel mentre che chiama beati i poveri, i pastori dei 
poveri lussureggiano continuamente? 

» Costantin, di quanto mal fu matre 
» Non la tua conversici!, ma quella dote 
» Che da te prese il primo ricco patre. 

Inf. C. xix. 

Par. Benissimo, signor dottore! peccato che non abbiate 
fatto il sartore ! Siete tanto bravo a tagliare gli abiti addosso 
al vostro prossimo che non v 5 ha eguale. — Ma giustificati i 
titoli dei possedimenti ecclesiastici, asserite inoltre che i preti 
ed i frali si servono male delle loro rendite. Io vi rimetto a 
quanto vi ho detto di sopra, aggiungendo per di più che voi 
e tutta la lega dei pari vostri siete maledici ed impostori sfac- 
ciati. E dato anche per avventura che un ecclesiastico si ser- 
visse male delle sue rendite, inferireste da ciò che tutti siano 
scialacquatori dei beni della Chiesa? Sarà un scialacquare le 
rendite spendendole in decorose funzioni, arricchendo biblio- 
teche, migliorando i fondi, dandone profusamente a' poveri, e 
dividendole fra tanti artefici che all'ombra dei chiostri trova- 
no sempre lavoro e sussistenza? e come scapiterà per questo 
la purezza della religione e la sua semplicità? v'intendo in 
qual maniera vorreste semplice la religione, v'intendo! Sì la 
vorreste semplice col disertare i monaci, col chiudere i templi, 
e coli' impadronirvi delle loro ricchezze. Oh la bella religione 
che vorreste ! — Rispetto poi a quanto mi asserite che gli À- 
postoli e primi discepoli del Signore non possedevano alcuna 
cosa, vi assicuro che siete in errore. Leggete il Capo quarto 



20 
degli atti apostolici, e vedrete che tutti que' prhni fervorosi 
cristiani deponevano a piedi degli Apostoli le loro ricchezze 
perchè essi le destribuissero a tutta la società dei fedeli. Notate 
queste parole — Multitudinis autem credentium erat cor unum, 
et anima una: nec quisquam eorum, quae possidebat , aliquid suum 
esse dicehat 9 sed erant illis omnia communia. — Come ardirete 
di dire che i primi vescovi co' loro preti non possedevano se 
anzi essi, come spiega più oltre il sacro testo, ricevevano il 
prezzo di tutti i campi e di tutte le case che i cristiani vende- 
vano, e ne facevano essi di que' beni la distribuzione conforme 
i bisogni? Non ci vuole che la vostra temerità per asserire di 
cosifatte menzogne. Consultate prima la storia sacra, e vi sarà 
dato di ragionare con miglior senno. 

Che se però in oggi taluno degli ecclesiastici dovesse, se- 
condo voi, lussureggiare con iscandalo della religione, e con 
iscapito dei buoni costumi, e vestir molle, e divertirsi, biso- 
gna che notiate essere gli ecclesiastici uomini di carne, come 
voi, soggetti alle umane passioni, e portare in loro il vec- 
chio uomo, cioè i difetti di una natura corrotta e viziata. 
Forsechè tra i discepoli di Gesù Cristo non vi furono dei tra- 
ditori, degli spergiuri, e degl'increduli? che meraviglia dun- 
que se fra tanti ecclesiastici ve ne ha de' difettosi ? avrà forse 
bisogno la religione per sostentarsi che tutti i suoi ministri 
sieno santi e irreprensibili? Gesù Cristo allora non avrebbe scel- 
to per suoi ministri degli uomini di carne, ma degli angeli 
tutti spirito. 

E vedete fin dove giunge la vostra malizia: voi dite che le 
ricchezze non convengono agli ecclesiastici perchè ciò è con- 
trario alla dottrina di Cristo, il quale dice essere beali i pove- 
ri. Come dunque sta che tanti pontefici, tanti cardinali, tanti 
vescovi, e tanti principi ricchissimi sono onorati col titolo di 
Santi? questi 5 senza dubbio, ne' posti che tenevano, doveano 
essere in mezzo all'opulenza ed alle ricchezze. Eppure sono 
santi: il che è segno che le ricchezze non si oppongono alla 
beatitudine. Ma sapete che cosa si oppone alla Santità ed alla 
beatitudine? il mal uso delle ricchezze, l'attacco smoderato 
che loro si porta, il desiderio di averne sempre più. Perciò an- 
che il più miserabile della terra può avere queste brame e dan- 
narsi, senza possedere un solo centesimo,, mentre il principe 
più ricco coli' avere il cuore distaccato dai beni di quaggiù, può 



n 

essere beato a preferenza di tulli. Che ne dite, signor dottore? 
che cosa v'inspira adesso quel terzetto del vostro ghibellino 
cantore? Studiate, signor dottore, studiate se non volete spro- 
positare ragionando. 

Dot. Scusate signor paroco, questo è un insulto. 

Par. No, dottor mio, sono ragioni. 

Dot. Ma voi avete studiato queste materie. 

Par. Certo che non manco a' miei doveri. 

Dot. A dirvi il vero io non sono pratico delle storie e di 
tutte queste faccende. J 

Par. Non siete pratico e poi ragionate? lo so che voi altri 
filosofi ragionate continuamente senza saper quello che vi dite. 
Ma almeno ragionaste sempre con chi è capace di rispondervi, 
che tanti poveri ignoranti da voi ingannati e sedotti non si ap- 
piglierebbero a tanti pessimi partiti. 

Dot. Io non parlo per malizia, ma per bonarietà di cuore. 

Par. Che bonarietà di cuore, milantatori che siete! se non 
Foste maliziosi non predichereste come fate tante dottrine dan- 
nose ai costumi, alla fede, ed alla morale! Voi siete un branco 
di fanatici, stipendiati da una setta d'inferno a questo scopo 
d 5 introdurvi nelle ville, e nelle case dei rozzi per insegnar loro 
le vostre massime! Voi non fate altro che predicar contro la 
chiesa, a'suoi ministrile a tutti gli uomini dabbene, e precur- 
sori delle rivoluzioni, disponete gli animi degl' ignoranti alla 
anarchia, quindi a tutti i delitti. Ecco la bella felicità che i no- 
stri demagoghi ci van promettendo! Sicuri che verrà quel gior- 
no in cui 1' Italia piangerà amaramente le sue mine fatte per 
opera di sleali figli. Piangerà, si, ma indarno, perchè il rime- 
dio a'suoi mali quanto sarà intempestivo e tardo, altrettanto 
sarà debole ed inefficace ! 

Dot. Ben bene, quanto a questo potreste ingannarvi, e non 
ho a decidermi. Piuttosto definitemi in poche parole se la chiesa 
debba possedere, e per qual diritto posseda, e allora mi darò 
per vinto. 

Par, Sareste il primo tra filosofi che si desse per vinto; pe- 
rocché chi ha rotto il cuore a tante infamie non può piegarsi 
tanto agevolmente alla cognizione della verità, se la mano di 
Dio non lo move col suo potente aiuto. Tuttavia a disinganno 
vostro e di tutte le turbe de' fìlosofisti , e di chi non è caduto 
per anche ne' vostri lacci dirò che con tutta giustizia la chiesa 



22 > 

possiede, e non so chi possa addurre ragioni in contrario. Questa 
giustizia di possedere, e di aver delle rendite pel mantenimento 
de 5 suoi ministri è fondata sopra tutte le leggi. Iddio comanda 
nel Levitico al Cap. XXVII che gli sieno offerte le decime di 
tutti i frutti della terra. Nel Deuteronomio al Cap. XVIII ordina 
che i sacerdoti e i leviti mangino delle cose offerte al Signore. 
Di più i canoni apostolici fanno menzione delle contribuzioni 
che i fedeli facevano per la sussistenza dei ministri della chie- 
sa (Can. Apost. IV.) S. Paolo nella prima ai Corinti, e S.Mat- 
teo nel suo vangelo al Cap. X asseriscono che chi serve all' al- 
tare debbe trarre da esso il suo vitto, come ordinò il signore. 
Vi pare che queste autorità bastino per farvi conoscere che la 
chiesa debbe possedere ? Se i monarchi della terra danno beni 
ed onori a tutti i loro ministri, e secondo la diversità dei gradi 
e degl'impieghi che occupano; per qual ragione non dovrà 
Iddio comrnandare che ì ministri della sua chiesa abbiano le 
proprie rendite per vivere con quel decoro che esige il loro 
stato? Voi, senza dubbio, non servireste alcun superiore senza 
il debito stipendio proporzionato alle vostre fatiche. Dunque in 
pari modo quegli ecclesiastici e ministri del culto che faticano 
continuamente colla residenza, colle istruzioni, coi consigli a 
bene dei prossimi hanno diritto alle debite mercedi. Queste ob- 
bligazioni oltre che hanno origine dalle leggi divine, sono fon- 
date non meno sulla consuetudine, e sulle leggi umane di tutti 
i secoli. Tutti i concili della chiesa obbligano i fedeli al paga- 
mento delle decime. I capitolari di Carlo Magno parlano espres- 
samente di tale obbligazione, come di un diritto appartenente 
alla Chiesa , e S. Tommaso assicura che — qui eas dare nolue- 
rint , res alienas invadunt. 

La chiesa poi possiede e deve possedere. Possiede perchè i 
suoi fondi sono largizioni di principi e di fedeli, destinati al 
culto di Dio, ed al mantenimento de' suoi ministri, e nessuno 
la può privare di questi diritti. I nostri avi ben più premurosi 
di noi innalzavano templi, dotavano abbazie, instituivano men- 
se e capitoli perchè continuamente si cantassero le glorie del 
Signore, e si promovesse il bene. E per questo che ella pos- 
siede deve anche per necessità possedere, perchè depositaria 
fedele di questi beni non può alienarli senza fare ingiuria a 
chi li destinò al suo mantenimento ed al culto del Signore. 
Anzi per quanto può deve conservarli ed accrescerli, e minac- 



23 

eiare e infligger pene contro chi attenta di spogliarla de'suoi 
diritti. 

Sarebbe bello, signor dottore , vedere i gentili, e gli accat- 
tatici dotare i loro templi, e mantenere con isfarzo i loro mi- 
nistri, e intanto spogliarsi dai cristiani le chiese del Signore! 
Deh ! quanto è lagt imevole in questa nostra età il vedere si sa- 
crilego sopruso di tutti i diritti divini ed umani , sopruso ten- 
tato ed eseguito da quei medesimi che si vantano tanto giusti, 
e tanto saggi; da quelli in una parola che si dicono i riforma- 
tori del mondo! Assalonni ingrati, Antiochi protervi, la 

mano di Dio è per raggiungervi — tremate! — 




DIALOGO SECONDO 



«IMA I DOVERI DM SUDDITI VERSO I PRINCIPI 



I 



DIALOG 

FRA STEFANOLO BIFOLCO 



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^>Mwm 



Cl^-A - m\À dHÌfÀ 



CIRCI I DOVERI DEI SUDDITI VERSO I PRINCIPI 



Pad, \joQie va, Stcfanolo ? 

Stef. Male, signor padrone. Anche in quest'anno ci è tocca- 
to un pò di tempesta. Grazie ai maledetti peccati dei nostri 
filosofi. 

Pad, Tu subito cominci a dar contro i filosofi senza che li 
conosca. Ma non faresti meglio incolpar te stesso, e la tua o- 
slinazione, e conoscere finalmente che questi sono i bei giorni 
in cui l'uomo può dire di essere un uomo? 

Stef. Scusate, signor padrone: ornai porto sulle spalle set- 
tantanni, e non ho mai saputo di esser bestia. 

Pad. Che voresti dire? spiegali. 

Stef, Vorrei dire che coloro i quali oggi si vantano tanto di 
essere uomini, mi pare che sieno bestie, e quelli che si son 
creduti sempre bestie, come noi poveri conladini, mi sembra 
che oggi si possano chiamare veramente uomini. 

Pad. Cioè uomini ignoranti, vili mancipi del dispotismo, 
schiavi di vecchie opinioni. Vuoi dir così Stefanolo, vero? 

Stef. Tutto al contrario, signor padrone. Dal momento che 
queste bestie di filosofi cominciarono a regnare, e sono oramai 
tre anni, noi poveri bifolchi abbiam perduto la libertà, e per 
di più siamo stati beffati da per tutto, alla città, al castello, ed 
auche da quei cani che reggono il nostro comune. Prima di 



28 

questo regno , oh ! vi assicuro che nessuno ci toccava un 
capelo. 

Pad. Ma come sta questa partita ? 

Stef. Sta così, che voi non sapete governare, e fuori del far 
la corte alle nostre ragazze, non sapete niente. 

Pad. Sei malizioso, Stefanolo; guarda ben come parli: e se 
non dovessi compatire la tua età, ti darei subilo il commiato. 

Stef. Cosi può dire chi è padrone. E noi che non possiam 
niente, e nemmen dire la verità, siamo come poveri merlotti da 
finire in una gabbia. Eh! guardate come siamo liberi! 

Pad. Ma non sai che certe verità non si posson sempre dire? 

Stef. Avete ragione perchè voi altri non ne avete mai detto. 

Pad. Le tue imprudenze ti potrebbero costar caro. 

Stef. Non mai quanto le vostre bugie. 

Pad. Te ne ho mai detto io delle bugie? 

Stef, Voi? oh che so io! non son mica pratico io di bugie. 
lo ho sempre detto la verità, perchè ho sempre inteso che la 
bugia è peccato. Ma adesso che il nero è divenuto bianco, e il 
bianco nero, io non capisco più niente. Ma se fosse qui il fat- 
tore!.... oh ce ne ha dato ad intender tante!.... e diceva sem- 
pre l'ha detto il padrone !!! 

Pad. Che cosa ti diceva? 

Stef, Non mi ricordo mica. Io badava al mio dovere. Figu- 
ratevi se io voglio decidere sopra quello che diceva! diceva 
che noi contadini siamo sovrani, e poi ci tocca di condur la 
ghiaia, di andare al quartiere , e di stare in carcere se non ub- 
bidiamo a quelli che sono pagati da noi! guardate che bella 
sovranità, e se queste le sono cose da dirsi! 

Pad. Si , sei sovrano, ma bisogna che ubbidisca a' tuoi 
superiori. 

Stef. Questo è quello che io non intendo. Una volta i so- 
vrani mettevano in prigione gli assassini, ed oggi gli assassini 
mettono in prigione i Sovrani. A dirvi il vero io sono ignorante. 

Pad. Ma non sai tu che la legge sta sopra i sovrani? 

Stef. Va bene, ma non sono i sovrani che fanno la legge? 

Pad. Sicuro, ma fatta la legge, essi diventano sudditi della 
legge. 

Stef. Oh sentite bene, in casa mia quando ho detto ai figli 
ed ai nepoti che sieno in casa all'Ave Maria, tutti ubbidiscono, 
ma io non ho mai inteso di obbligarmi a quello che comando 



29 
a loro 3 perchè se anch'io che fo la legge, fossi legalo dalla 
legge non potrei più comandarli. Chi comanda, secondo me, 
deve esser libero e superiore anche alla legge, altrimenti la 
legge non ha forza, e nessuno la fa osservare. 

Pad. Tu sei molto astuto, o Stefanolo \ hai ragione — sei 
tanto vecchio ! 

Slef. Certo che a me non mi manca l'esperienza. 

Pad. Tu dunque intendi di esser sempre suddito dei tiranni, 
non è vero? 

Stef. Ditemi , signor padrone, non son vostro suddito? se 
dovessi ribellarmi a voi, rubarvi il frumento, vender dell'uva, 
dir male di voi, disubbidirvi, non farei peccato per l'anima 
mia? 

Pad. C'è diversità: tu hai fatto meco una scrittura, e ti sei 
obbligato a darmi la metà delle entrate, e se non me le dessi, 
faresti , come dici, un peccalo. 

Stef. Oh bella! a voi debbo ubbidire, debbo dare la metà 
delle rendite perchè siamo così convenuti , e poi non volete che 
ubbidisca a chi difende la mia vita, le mie sostanze, e il mio 
onore. Jo ho sempre inleso alla dottrina dei curato che biso- 
gna ubbidire e rispettare i superiori, perchè questi han sempre 
comandato, e comanderanno sempre. Mio nonno che morì di 
ottani' anni , e sono più di cinquantanni che è morto, mi di- 
ceva le stesse cose. Sono tre anni che sento a parlare tutto a 
rovescio. Anzi il curato ha sempre detto che tra principe e po- 
polo c'è un patto, e c'è sempre stato, cioè il principe difende, 
e il popolo ubbidisce: il principe fa le leggi, e mantiene i sol- 
dati pel buon ordine di noi, e noi dobbiamo accettare le sue 
leggi, e pagare i nostri tributi, e in questa guisa avendo noi 
uno che veglia per noi, che ci governa, e ci mantiene in pace 
viviamo contenti, pensiamo poco alla guerra, coltiviamo i no- 
stri campi, e a capo dell'anno, signor padrone, vi portiamo 
delle belle ricchezze. Ma quando voi ci comandate di andare 
alla guerra per pigliar delle cannonate, o ci fate andare al quar r 
tiere per difendere quattro muraglie, ed alcune pancaccie, nes- 
suno bada alla stalla, non si coltivano i campi, vengono i ladri 
che in una notte ci portan via tulli i sudori di un anno. 

Pad. Ma se tutti foste soldati non vi sarebbero ladri. 

Stef. No davvero! l'altro giorno fucilarono perfino il boia 
perchè, dicono, era il capo degli assassini ! il boia che non può 



30 
sortir di casa che a certe ore, che non può andare che per 
certe strade con una bacchetta in mano che è il segno del suo 
mestiere! e assicuratevi bene che tutti i suoi compagni erano 
di questi soldati, dicono. 

Pad. Come? non sai tu che il boia era il ministro del di- 
spotismo, stipendiato per tagliarti la testa? 

Stef. Cioè, ubbidiva al principe e tagliava la testa a chi era 
briccone dopo che le leggi Io avevano condannato. Ma voi al- 
tri filosofi fate ammazzare impunemente chi vi pare senza for- 
malità di processi, e con leggi a capriccio, e fate ammazzare 
chi non pensa come voi. Almeno una volta non si faceva così, 
e sento a dire che prima di scannare un uomo bisogna pensarvi. 

Pad. Manco male. 

Stef. Manco male, ma non fate quello che dite. Voi ci pro- 
mettete infinite cose, e non ne mantenete nessuna. E se i vo- 
stri disegni non riescono, incolpate noi altri contadini che sia- 
mo poltroni , che non amiamo le vostre ingiustizie* 

Pad. Si, ma se le cose andavano bene, voi altri sareste stati 
tutti signori. 

Stef, Veramente per farci ricchi cominciaste male. Due o 
tre cani del comune vennero quaggiù col curato (a) a portar 
via gli orecchini e le tele delle nostre donne, per fare quelle 
belle imprese. Non ho mai inteso che per far la guerra contro 
i tedeschi si raccomandino limosine in Chiesa come per chi ha 
preso il fuoco. 

Pad. Ma se la guerra andava bene, tu non pagavi più il 
focatico. 

Stef. Oh sentite bene : se mangiavano qualche cosa i padro- 
ni vecchi, i nuovi certamente volevano ingrassarsi. Uno che 
non sia tanto avvezzo a star bene, se comincia a spirar aria 
buona, per paura che non gli sfugga, cerca tutte le vie di pren- 
derla, e farne buona conserva, lo sono pratico del mondo, ed 



(a) A tali stremi si giunse da rendere sbalorditi i posteri. I pa- 
stori di anime per salvare la loro pelle, dovettero recarsi a tutte le 
case dei loro parrocchiani, con vergogna del loro ministero, a cercar 
limosine per la guerra ingiusta e sacrilega dell'indipendenza d'Italia. 
Guai a loro se si fossero rifiutati!!! Le somme che si raccolsero nella 
provincia di Bologna furono considerabilissime straordinarie. Dio solo 
sa a qual uso servirono ! ! ! ! ! 



31 

ho sempre veduto gli uomini a far così. Rispetto poi al pagare 
le imposte e i tributi al principe, io ho sempre inteso che bi- 
sogna pagarli, ed è un obbligo. E lo dice ben bene il curato 
quando fa la spiegazione dei vangelo. 

Pad. Parla di tributi e d' imposta nel vangelo ? 

Stef. Parla sicuro ; anzi dice che non è lui che parla cosi, 
ma è il vangelo. Si sa da chi è cristiano che il vangelo è la 
legge di Dio; dunque bisogna pagare i tributi al principe per- 
non disubbidire a Dio. 

Pad. E come dice il tuo prete che bisogna pagare i tributi? 

Stef. Oh bella! come dice! non si sa? dice che bisogna pa- 
gare perchè la legge dice così. Quando la legge è fatta, biso- 
gna ubbidire. 

Pad. Ma dirà pur qualche ragione , ti conterà pur degli 

esempi ? 

Stef. Degli esempi? ma che esempi? la legge parla chiaro. 
Dice che Gesù Cristo ha pagato ancor lui il tributo a Cesare : 
dice che un certo Giovanni Battista (e me lo ricordo ben io) 
fu interrogato un giorno da certi finanzieri o pubblicani che 
cosa dovessero fare per salvarsi: a quali egli rispose che non 
esigessero più di quello che loro era comandato, e facessero il 
loro dovere. Dice in una parola che ogni buon suddito deve 
fare dei sacrifizi pel suo sovrano , e tanto più ne deve fare 
quando il principe è in necessità , e poi dice del latino che è 
nel vangelo, ma che io non lo so* dire. 

Pad. E tu ci credi? 

Stef. Non debbo credere a chi ha legge in mano? volete 
pure che io creda a voi , e alle vostre dottrine sebbene non le 
abbia mai udite dai cinque curati che ho perduto alla mia 
parocchia. 

Pad. Hai ragione se parli così, perchè tali sono stati i tuoi 
princìpi. Ma vorrei che mi dicessi anche tutto quello che ri- 
guarda il dispotismo dei tiranni. Te ne ha mai parlato ? 

Stef. Queste parole dispotismo e tiranno non le ho mai in- 
tese che dal fattore perchè viene spesso a Bologna, qualche 
volta dai maestro di scuola, perchè legge molto, e poi da certi 
zerbinotti.... basta io non vi bado. 

Pad. È molto se non si dice che pel tuo principe tu debba 
dar la tua vita! 

Stef. Volete dunque che dica noi dobbiamo essere traditori^ 



32 
non si sa che il suddito deve sacrificar tutto pel ben comune^ 
e massime pei bene del sovrano? Anzi raccontò una volta un 
fatto di un certo Abner che fu sgridato da Davidde perchè la- 
sciò portar via nella tenda di Saulle la tazza, e la lancia del 
suo re, e conchiuse che quelF Abner era reo di morte. 

Pad- E poi che cosa conchiuse da questo racconto? 

Stef. Conchiuse che a difesa del Sovrano si deve porre a ri- 
schio i beni e la vita se si vuol essere suddito di onore. Anzi 
fece vedere che i soldati sono congiunti al sovrano con doppio 
vincolo, perchè il soldato oltre che è suddito, è anche stipen- 
diato del Sovrano medesimo , perciò ha doppia obbligazione 
perchè ha doppio giuramento. E quel militare che dopo di aver 
giurata fedeltà , manca al giuramento e non dà la vita , se è 
d' uopo pei suo monarca, oltre che è ribelle è anche traditore, 
merita la morte , e non v 5 ha legge che lo ricuperi, perchè egli 
si chiama un parricida. 

Pad. Ma guarda che belle dottrine t' insegna il tuo curato ! 
veramente bisognerebbe fucilarlo. 

Stef. C è andato vicino il poveretto. Ma non mi meraviglio 
perchè veggo il mondo capovolto. 

Pad. E chi lo voleva uccidere? 

Stef. Chi è stato da lui beneficato. 

Pad. Ma perchè non usa prudenza ? 

Stef* Perchè fa il suo dovere. Volete che tradisca la sua leg- 
ge? egli ha detto di aver giurato d'insegnar la verità, e vuol 
mantenere il suo giuramento- Perchè, soggiunge, quando si trat- 
ta di verità, e di disingannare i suoi parocchiani, egli è pronto 
a morir martire. 

Pad. Ti ha egìi detto altra cosa riguardo ai principi? 

Stef. Se ne ha detto ? infinite. Egli è un uomo che parla 
chiaro , e dice che questa è la legge. seguirla, o ririnnziar di 
esser cristiano. Figuratevi se nella mia età mi voglio far sbat- 
tezzare! maledizione a quello de' miei figli che ascoltasse le 
vostre dottrine ! 

Pad. Non t'irritare, o Stefanplo piuttosto dimmi che cosa 
egli ti ha detto, perchè mi piace la tua sincerità. 

Stef. Potete ben figurarvelo che cosa mi ha detto. Già Io 
sapete meglio di me , e forse anche meglio di lui. Ma il male 
è questo, che voi altri filosofi avete dato l'anima al diavolo 
pel capriccio di non volere alcun sovrano. Ma o il vogliate, o 
no, l'avrete sempre, perchè il sovrano è messo da Dio. 



33 

Pad. Tu deliri ! 

Stef. Sentite, il curato parla così: chi è cristiano deve ascol- 
tar la parola di Dio. Or bene Iddio dice così. Ogni anima è a 
superiori potenze soggetta, perchè ogni potenza viene da Dio, 
né avvene alcun' altra che non sia da lui stabilita. Di più dice 
che i principi, ossia i re comandano in suo nome e in suo no- 
me fanno delle leggi. Anzi soggiunge che bisogna loro ubbidire 
sebbene fossero cattivi ed intrattabili, perchè 1' opporsi alla lo- 
ro autorità, è un opporsi agli ordini di Dio. Diffatti adduce in 
prova come Davidde non volle uccider Saulle che era un em- 
pio re, perchè egli era l'unto dei Signore. Ha detto più volte 
che un certo Samuele profeta si piegò ad onorare questo Saulle 
alla presenza de' suoi cortigiani e del popolo 3 anzi S. Paolo che 
era un eccellente cristiano si appellò a Cesare che era gentile, 
e finalmente lo stesso Cristo che visse sotto P impero di Tibe- 
rio principe guasto e rotto a nefandità, insegnò che si desse a 
Cesare tutto quello che gli apparteneva. 

Pad. Tu mi fai strabigliare, o Stefanolo, con questa tua eru- 
dizione. Veramente i filosofi non ne sanno tanto. Ma credi tu 
che il curato sappia quello che dice? queste sono dottrine fuor 
d' uso : i nostri progressi non vogliono più re. Dì bene a quel 
tuo curato che farà meglio a tacere. 

Stef. Se avete coraggio voi d' andarvi a farlo star queto , 
accomodatevi pure. Io l'ho detto che vorreste che mi sbattez- 
zassi. Insomma, signor padrone, i cristiani hanno sempre cre- 
duto così, perchè la legge di Dio non si può mutare, e il cu- 
rato dice quello che è nel vangelo. Se sapessi leggere lo vor- 
rei comprare, quel libro benedetto, e vorrei bene allora par- 
larvi chiaro. 

Pad. Se sapesti leggere non saresti tanto ignorante , e sa- 
presti a quest' ora conoscere i tuoi diritti. 

Stef, I miei diritti, e la mia libertà sono l'ubbidienza e il 
rispetto inverso quelli che mi comandano. Voi vorreste ingan- 
narmi. Ma non è più tempo d'ingannar Stefanolo. 

Pad. Adagio , nessuno pretende d' ingannarti , anzi si vuol 
trarli dall'ignoranza. Dimmi o Stefanolo, tu dici di essere su* 
periore in casa tua , e ne convengo : ma pure sebbene sei tale, 
tu rendi almeno ragione alla famiglia di quello che fai. Perchè 
dunque questi principi che tanto ami non rendono ragione alle 
loro famiglie, che sono i sudditi, delle spese che fanno, o dove 

3 



34 
mettono il denaro di tanti aggravi ? non te ne ha parlato il 
curato ? 

Stef. Senza dubbio : anzi ha detto che il principe non deve 
render conto a nessuno perchè il suo potere è assoluto. Quan- 
do dunque un re ha fatto il suo giudizio, non avvene altro so- 
pra di lui in terra, se non quello di Dio, ed i giudizi dei re 
sono attribuiti a Dio stesso. Anzi raccontò che un certo Giosa- 
fat nelP antica legge, stabilendo dei giudici pel popolo, ingiun- 
se loro che non dovevano giudicare in nome degli uomini, ma 
di Dio. Sicché vedete mo un poco se v' ha ragione che obbli- 
ghi i principi a render conto a noi contadini di quello che 
fanno. Sarebbe un bel vedere che il nostro sovrano venis- 
se sotto a questo fenile dove siam noi per dirci di quelle 

Pad. Non dico che venga a dirle a te, ma almeno.... almeno.... 

Stef. Forse a voi filosofi dunque? ma chi siete voi finalmen- 
te? che diritto avete di mettere il naso nella bilancia delle sue 
azioni? quello che ho io che sono un ignorante bifolco. Noi 
due sebben dispari di condizione, perchè voi nobile, ed io vi- 
lissimo, davanti a lui siamo eguali, e non so chi possa darci 
il diritto di voler sapere la ragione delle imposte, e dei tribu- 
ti, delle guerre, e delle alleanze che fa. Nella mia famiglia sa- 
rebbe temerario quel figlio, o nipote che volesse entrare nei 
miei interessi. Così sarà un temerario, un imprudente quello tra 
il popolo che vuol chiamare il suo re alla sbarra, onde si giu- 
stifichi al suo cospetto. 

Pad. Sai che cosa ho da dirti? 

Stef. Dite mo. 

Pad. Io intendo di darti il commiato. 

Stef. Ed io intendo di partire da voi, perchè tirate a minar- 
mi anima e corpo. Voi siete curioso, signor padrone! volete 
mo che creda a vostro talento ! vi dico che noi cristiani di 
contadini crediamo al Credo , e voi non ci credete: noi rispet- 
tiamo nei principi la maestà e la potenza di Dio, perchè essi 
sono i di lui rappresentanti. Noi non possiamo e non vogliamo 
credere a nuove dottrine perchè ce le dite voi , che non avete 
alcuna autorità. Da quando in qua debbo io credere agli sprò^ 
positi del fattore che non sa altro fare che il suo nome, e non 
debbo credere ai mio curato? Se volete in libertà la possessio- 
ne, la providenza non mancherà di aiutarmi. 



35 

Pad. No , Slefanolo , sta buono ,. faccio per sentire come pen- 
si. Io non cerco d' indurli ad abbandonare il tuo Credo, sappi 
che sono cristiano anch' io e credo come tu e forse meglio. 
Ma dimmi in una parola, giacché sei un mezzo filosofo all' an- 
tica, i re non furono in origine creati dai popoli? Se Io furo- 
no, certo i popoli hanno il diritto di cacciarli, se no mi ti do 
per vinto. 

Stef. Una tale dimanda io credo che non la farebbe un fan- 
ciullo , e se la facessi io mi tirerei addosso le beffe. Tuttavia , 
se avete pazienza, in poche parole mi sbrigo, giacché l'argo- 
mento l'ho ben scolpito nella mente. Signor padrone, Iddio è 
il primo sovrano e legislatore , e voi dovrete convenirne. Dif- 
fatti egli vieta ad Adamo il pomo fatale. Adamo disubbidisce, e 
Iddio lo condanna a morte. Caino macchiò le mani del frater- 
no sangue; Iddio lo chiama, lo interroga, io convince di de- 
litto, e serba a se il castigo. Poscia dà leggi a Noè ed a suoi 
figli. Dà poscia norma di vivere agli altri patriarchi. Manda dei 
giudici a governare il popolo. Ma questo popolo un giorno si 
solleva, e grida che vuole un re: va da Samuele che ne era il 
giudice e gli dice — danne un re. — Restò stupefatto Samuele 
per tale dimanda e consultò il Signore. 11 Signore si adirò per- 
chè era stato rigettato da quel popolo di cui sin d' allora era 
stato re. Ebbene, disse, vuole questo popolo un re? annunziagli 
dunque i diritti che avrà il re sopra di lui. Samuele andò dal 
popolo e a nome di Dio gli disse i diritti del re. — Questi sa- 
ranno i diritti del re il quale vi comanderà. Egli prenderà i 
vostri figliuoli, e li metterà a guidare i suoi cocchi, e li farà 
sue guardie a cavallo, e faragli andare innanzi ai suoi tiri a 
quattro cavalli ; e li farà suoi tribuni e centurioni, e altri met- 
terà ad arare i suoi campi , e a mieter le biade, e a fabbricare 
armi e cocchi. E le vostre figliuole impiegherà a comporre gli 
unguenti, e a far la cucina e il pane. Prenderà ancora i vostri 
campi, le vigne e gli uliveti migliori, e daralli a' suoi servi. E 
addecimerà le vostre biade, e i prodotti delle vigne in vantag- 
gio de' suoi servi. E menerà via i vostri schiavi e le schiave, e 
la gioventù robusta e gli asini , e gli adoprerà per le sue fac- 
cende. E addecimerà ancora i vostri greggi, e voi sarete suoi 
servi. E allora alzerete le grida a causa del vostro re voluto 
da voi: e il Signore allora non vi esaudirà, perchè avete chie- 
sto un re. — E dopo che il popolo ebbe udito tutte queste 



36 
belle cose di servitù, di sudditanza, di fatiche, di travagli, e 
di tributi verso il re si ostinò maggiormente, e lo volle. Iddio 
gli diede Saulle che fu consacrato re da quel Samuele, poi gli 
diede Davidde , poi Salomone e via via degli altri. Eccovi l' o- 
rigine e i diritti dei re. Figuratevi se vogliono rinunziare di 
esser re pei capricci di un popolo, e se gli vogliono cedere sì 
facilmente quei diritti che ebbero da Dio ! Il popolo chiese un re, 
ma non fece il re. Iddio lo fece e gli disse : fin qui sta il tuo 
potere, guai a chi ti fa resistenza! — Dunque, signor padrone, 
il popolo non entra per nulla a fare i re, e se talora qualche 
nazione, o qualche corpo abbia diritto di eleggersi il proprio 
sovrano; appena eletto, egli ha da Dio la suprema autorità, e 
cjuella nazione e quel corpo che se lo elesse, diventa suo sud- 
dito ed è obbligato se non vuol contraddire agli ordini di Dio, 
di prestargli ubbidienza, onore e rispetto. 

Pad. Tu mi hai sbalordito , o Stefanolo ! io non ti credeva 
così dotto in queste materie, e quasi quasi inclinerei a darmi 
per vinto. 

Stef. Se siete galantuomo e cristiano lo dovete essere, per- 
chè voi altri filosofi non avete ragioni che sieno buone ! volete 
distruggere con delle ciarle 1' opera di Dio 3 e ciò che tutti i 
secoli hanno sempre riconosciuto. 

Pad. Bene , sarà come tu vuoi. Ma intanto i popoli vantano 
dei diritti, e tutti gridano che non vogliono più alcun ré che 
li governi da despota. Non sai tu che la voce del popolo è la 
voce di Dio? 

Stef. Fareste meglio a dire che la voce del popolo è la vo- 
ce del diavolo. E dov' è questo popolo che vanta dei diritti, e 
che grida di non voler più re ? e non veggo io qui nel nostro 
comune chi sono quelli che non vogliono più re? sono quei 
quattro cani che hanno sempre [comandato > quel balordo del 
medico , quel cantimbanco del maestro , mandati dalla città a 
sviare i nostri figli, e diffonder massime di libertinaggio, a dire 
che non si ha d'andare a messa, a confessarsi, ad udir la pre- 
dica. E noi li stipendiam noi quei paterini arroganti, quei carbona- 
ri che vanno a messa il venerdì santo perchè nessuno la dice ! 
e così a proporzione avviene nella città. GÌ' impiegati , i sti- 
pendiati, i militari dei principe, la feccia del popolo che non 
ha niente da perdere si giocano la testa per un bel capriccio. 
Ci sta bene. 



37 

Pad. Ma chi ti ha detto queste cose p 

Stef. Chi me le ha dette ! Non sono vecchio io ? ho veduto 
tante rivoluzioni che non ho tanti capeli. Sapete pure che sono 
stato soldato sotto Napoleone, e ne ho veduto e intese di quel- 
le!.... basta anche quel cane adesso pagherà tutti gli stenti che 
mi ha fatto soffrire. 

Pad. Vedi? anche allora i popoli non volevano re. 

Stef. Davvero, signor padrone! con quelle bocche da fuoco 
che avevano i popoli ! non sapete, e non vedete che chi ha i 
cannoni comanda? finché dunque non avrete portato via tutti i 
cannoni ai sovrani, mettetevi bene in mente che sarete sempre 
sudditi. Di più vi dirò che una spada o un cannone in mano 
di un principe , varranno più che mille de' vostri , sebbene le 
vostre palle sieno di ferro, e quelle dei principi di cottone (a). 
Insomma 1' esperienza vi deve far intender meglio le cose. In- 
tanto me ne vado a podare, se volete che vi conduca dei fasci. 

Pad. No, ascolta Stefanolo, non mi hai dei tutto persuaso , 
(povera la mia filosofia! lasciarmi piegare da un bifolco!) ri- 
spondimi : se dovesse morire il principe senza successione alcu- 
na non abbiamo noi diritto di farcene uno a nostro modo ? 

Stef. Padroni ! ma ricordatevi se noi farete saggio e come 
si è sempre usato, che quei cotali che voi chiamate barbari 
verranno a farvi delle visite che non vi piaceranno tanto. E 
poi vi ho detto già, che, fatto il principe, da chi ne ha il di- 
ritto, questi è principe come gli altri, circondato di terrore e 
di maestà. Sicché prendete mo la cosa da quel lato che volete, 
bisognerà che sempre vi pieghiate alla forza assoluta di chi è 
investito del legittimo potere. 

Pad. Secondo i tuoi princìpi tu non puoi dir di meglio. Ma 
io ti assicuro che un principe cattivo si può e si deve cacciare 
dal trono perchè altrimenti egli guasta e ruina tutta la nazio- 
ne. Si dice pure che il principe può dar la morte a chi è di 
danno alla società. Dunque in pari modo si può e si deve di- 
sfare di un principe cattivo. Stefanolo ti ho preso nel laccio. 

Stef. Sentite, signor padrone, se fosse qui il curato, egli sa- 
prebbe rispondervi da pari suo, e vi manderebbe come un cane 



{a) Così si predicava nella gran piazza di Bologna per meglio se- 
durre e ingannare la gioventù. 



38 

scottato. Per altro vi dico che se voi roviuastc a vostro talento 
il vostro patrimonio , nessuno de' vostri sudditi vi potrebbe 
cacciare dal vostro palazzo , e impossessarsi delle vostre ric- 
chezze. Dunque etc. Però voi dite che vi è gran diversità tra 
voi che ruinate un patrimonio , e un principe che ruina uno 
stato. Sia, ma nessuno avrà mai ,il diritto di ribellarsi perchè 
il curato un giorno affermò, che Iddio dà i principi buoni, o 
cattivi secondo i meriti dei sudditi, e dispone i loro cuori a 
grandi beni , o a grandi mali per le nazioni. Che il principe 
poi possa dare la morte a quello che sconvolge la società, è 
certo perchè egli non deve portare inutilmente quella spada 
che ha da Dio \ ma non si deve quindi inferire che i popoli 
possano disfarsi di un principe che ruini il suo stato , perchè 
la ribellione è sempre un grandissimo delitto, delitto che scon- 
volge tutta la società e 1' ordine stabilito da Dio ; perchè altri- 
menti se si dovesse procedere con queste massime, bisognerebbe 
dire che i figli avessero diritto di uccidere e di cacciare i loro 
padri , i servi i loro padroni , e i sudditi i loro sovrani ogni 
volta che si presentasse loro una ragione od un pretesto qua- 
lunque per farlo. Certo egli è però che Iddio talora castiga i 
popoli pei peccati dei loro principi come avvenne ad Israele 
per una curiosità di Davidde, ma è altresì certo che noi dob- 
biamo piangere sui falli che qualche principe potesse commet- 
tere, perchè il castigo che può ridondare sopra il suo capo , 
ridonda senza dubbio sopra noi tutti, per castigo de' quali esso 
peccò. Eccovi , signor padrone , la dottrina che io ho sempre 
inteso, e credo che non vi spiacerà ad onta dei vostri soffismi. 

Pad. Tu potresti ingannarti, o Stefanolo, e questa tua fran- 
chezza ti potrebbe far incorrere in qualche disgrazia , perchè 
queste rancide dottrine non si vogliono più intendere. Non vedi 
dovunque nuovi sistemi di politica e di governi? non vedi che 
questi tuoi sovrani si debbono piegare alle esigenze dei popoli? 
non vedi nuovi metodi d'istruzione? questo è un segno che 
Iddio vuole punire i principi per le loro colpe, e togliere i 
popoli da quelle catene che hanno finora portato. Che cosa di- 
rebbe qui il tuo curato! 

Stef* Direbbe quello che ha sempre detto in pulpito e nelle 
conversazioni, cioè che le dottrine rancide del vangelo, sono le 
dottrine di tutti i tempi, e sono immutabili. Che però se dai 
filosofi non si vogliono udire, non perdono per questo il loro 



39 

valore. Direbbe che voi filosofi siete sragionatori , cbe non sa- 
pete un acca né di politica né di governo : che il vostro studio 
è quello di rubare, di massacrare la società, di piantare dei si- 
stemi di politica e di governo contrari agli usi ed ai costumi 
dei popoli. Direbbe che non conoscete il cuore umano e le sue 
tendenze, che sono tendenze di felicità, d'ordine e di giustizia; 
e voi ne' vostri scritti, ne' vostri ragionamenti, e ne' vostri cir- 
coli non fate che sciogliere quei vincoli che fin qui hanno man- 
tenuti i popoli nella pace. E se voi altri, brava gente, avete 
voglia di farvi sbudellare per sostenere i vostri sistemi, acco- 
modatevi che sarete serviti. 

Mi fa meraviglia come abbiate la temerità di dire che i so- 
vrani si debbono piegare alle esigenze dei popoli. Questo è 
certo un castigo di Dio che permette questi mali per nostra 
colpa. Questa sì stupenda e quasi generale rivoluzione in tanti 
stati d' Europa non può essere certo opera combinata dal caso, 
ma da tante sette , permettendolo Iddio , sbucate dall' inferno 
affin di punire i popoli ed i principi per chiamarli a ravvedi- 
mento. Ma non andrà molto che Iddio farà trionfare la sua on- 
nipotenza ; e la giustizia che si voleva esclusa trionferà per 
tutto, e la prepotenza che si voleva innalzare, e la irreligione, 
opera del demonio, che^si voleva avesse dominio, abbasserà 
1' altera cervice, e disingannati i popoli di tante opere tenebro- 
se , riconosceranno una volta che fuori della religione , e del 
debito rispetto inverso i loro principi non si avrà giammai so- 
lida felicità. 

Purtroppo, signor padrone, per diffondere tante cattive mas- 
sime si cerca di avvelenare tutte le fonti della pura dottrina. 
La libertà della stampa , i libercoli , i fogli , i teatri, e le tante 
scuole che si sono centuplicate nelle città , e nelle più oscure 
ville, sono appunto i mezzi che usa la setta per pervertire il 
cuore dell' uomo. Si scelgono a preferenza dei sacerdoti per i- 
struire la gioventù, secolari rotti a libidine e ad irreligione. Si 
mandano ovunque comici per insegnare col fatto la seduzione 
sulle scene. Si diffondono libri a vilissimo prezzo, scritti con 
tutti i seducimenti dello stile, affinchè 1' animo dei giovani beva 
avidamente a quelle impure fonti il veleno mortifero delle pas- 
sioni. E in mezzo a tanta corruttela come si preserveranno i 
giovani dal non applaudire a tante perniciose novità, e dal non 
immergersi in un abisso di tanta scostumatezza ? Finché non si 



40 

cerca che tutti gli uomini si limitino nella sfera dei loro dove- 
ri, e finché si cerca ogni mezzo per sedurli a conseguir cose 
che a loro non debbono appartenere; state pur certo che il 
mondo minerà maggiormente invecchiando, perderemo la pace, 
e diveremo a guisa di belve, senz 9 ordine, senza giustizia, sen- 
za pace, ci sbraneremo gli uni cogli altri, e finiremo col dive- 
nir tutti schiavi delle più vili passioni. 

Così vi dice Stefanolo ignorante , ma vecchio per anni, e 
per esperienza. Se vorrete esaminare seriamente le sue oppinio- 
ni, vedrete che nel saggio resisteranno forti e invincibili con- 
tro tutte le ragioni della vostra filosofia. Addio, signor padrone. 

Pad. Addio Stefanolo, Addio. 




DIALOGO TERZO 



LA PATRIA 






Od 



FRA PULCINELLA 

ED UN FILOSOFO 



LA PATRIA 



FU. Addio Pulcinella. Come vanno le tue faccende? 

Fui Male , signor Filosofo , malissimo. Qui si travaglia , e 
non si mangia, si vedono nuovi mondi, gli uni sempre, peggio- 
ri degli altri. Quando finirà questa babilonia? 

FU. Devi ingegnarti, e non far la vita dell'ozioso poltrone. 

Pul. Come sarebbe a dire? spiegatevi. 

FU. Prender l'armi, e cacciar lo straniero. Questo è il mez- 
zo dif farti grande, immortale, altrimenti poltrendo uell'ozio, 
sei inutile a te , e alla patria. 

Pul. Prender l'armi? io? con questi cenci? scusate signor 
filosofo, la mia delicata carnagione non soffre di siffatte fatiche. 
E poi un di più, un dif meno che può mai in mezzo delle vo- 
stre sterminatrici falangi? 

FU. Mi sembra che tu abbia la patina da umorista. 

Pul. Faccio il mio mestiere. 

FU. Ma la patria? non consideri tu la patria, i suoi bisogni? 

Pul. Più di voi. 

FU. Spiegati. 

Pul. La patria ha bisogno|di contadini, di calzolari, di sar- 
tori, di fabbri, di muratori, di economisti, di nobili, di agenti, 
di commercianti , di botteghe , di fondachi , d' industrie , e di 
medici. 



44 

FU. Non ci hai messo i soldati? 

Pul. No, 

FU. E perchè &*qnzi la patria è in necessità di soldati. 

Pul Datemi la patria piena di tutte le professioni che vi ho 
nominato, e vedrete che ella non ha bisogno di soldati. 

FU. E come si scalverà la patria senza soldati ? 

Pul. Come si salva Pulcinella da tutti i mali col fare il suo 
mestiere. 

FU. Ma non vedi i nemici di fuori che ci contornano, e* in- 
sidiano 5 e vogliono rapirci lo stato ? 

Pul. A Pulcinella non tolgon niente. Il mio stato è il mio 
mestiere , e questo nessuno me lo terrà. 

FU. Ma le ricchezze dei signori, i capi d'arte dei templi, 
delle pinacoteche, de' musei, e lo stato che noi abbiamo diver- 
rà tutto dello straniero ! 

Pul. Padroni! se rubano le ricchezze ai signori, i capi d' ar- 
te ai templi, e lo stato, che cosa rubano a voi? voi siete come 
Pulcinella: voi non avete niente da perdere, lo stato vostro è 
immaginario : voi calcolate tanto sopra uno stato che non avete, 
e che egli non sa di possedervi ! 

FU. Tu farnetichi. Ma questa patria , questa città , questi pa- 
lazzi, queste delizie formano il nostro stato, e se viene lo stra- 
niero ci porterà via tutto. 

Pul. Che importa a me se questa città, e questi palazzi mu- 
tan padrone! io sarò sempre mezzo nudo, sarò sempre nella 
necessità di chiedere un tozzo di pane ora ad un prete, ora ad 
una donna, quando ad un forestiero, quando ad un patriotta, e 
se non mi danno dei calci , V avrò per gran ventura , e tutto 
questo forma il mio stato. Che vi pare signor filosofo? 

FU. Ma cucciolo che sei ! non conosci V obbligo di salvar 
la patria ? 

Pul. Si si lo conosco, e meglio di voi — Ohe! movetevi 
che passa un uffiziale. 

FU. Lo conosci meglio di me? dimmi dunque come si dovrà 
fare per salvarla. 

Pul. Quando non volete altro vi ubbidirò. 

FU. Fa presto, dimmi i mezzi di salute, comincia, ecco ti 
ascolto. 

Pul. Bene : il primo mezzo per salvar la patria è quello di 
mozzar la testa a tutti i filosofi, Secondo 



FU. No, no t'inganni, o Pulcinella, sei un furfante. 

Pul. Chi furfante ? io ? vedete che per vivere come Dio vuo- 
le, non mi basta questo mestiere, e non do incomodo a nessu- 
no. Voi che non avete mestiere, e che vestite bei panni, e che 
sedete tutto giorno nei caffè a ragionar di politica, di confede- 
razion i, di guerra , di finanze , e che vi andate giocando ora 
gF imperi, ora i regni, e ora i ducati, e che non avete patria, 
ne stato più di me, e che per vivere non andate accattando li- 
mosine, non volete essere un furfante? altro che furfante sare- 
te! chi vuol difendere la patria, e lo stato, come voi dite, bi- 
sogna fare come pulcinella, badare cioè al suo mestiere, e non 
impacciarsi tanto di stati che non si conoscono. 

FU. Pare a te che i filosofi debbono aver dei mestieri? 

Fui. Lo so che siete gente privilegiata, che vive senza pen- 
siere a spese dei poveri gonzi, e poi bramate il bene della pa- 
tria nel mantener vizi, passioni, disordini, scompigli, e forse 
qualche altra cosetta che non vi voglio nominare. 

FU. Dilla, dilla pur Pulcinella; già sai che siam tutti eguali. 
Tanto ne ha chi possiede, quanto chi non ha niente. 

Fui. Se volete che ve lo dica , ripeterò quello che avete 
detto, cioè che voi filosofi i quali non possedete altro che dei 
debiti, volete far la figura come quelli che possedono molte ric- 
chezze. Volete divertimenti, buona tavola, abiti fini, ricreazioni 
d' ogni guisa, passeggiar continuamente, sbirciare le galanti don- 
ne, e diffonder dottrine di comunismo, e farvi così padroni di 
di tutto quello che non avete mai posseduto a danno dei pros- 
simi; e questo povero zanno di pulcinella faticar continuamen- 
te per tenervi allegri , e non essere padrone di un baiocco da 
tre, e poi imporgli che faccia il soldato. Bravo il signor filo- 
sofo ! bravissimo ! ! ! 

FU. In una parola ti dico che la patria non vuole oziosi e 
gente inerte. 

Pul. Ohe ! siete voi la patria che così m' imponete ? che fate 
voi a questo mondo ? dove si trova tutto quel bene che avete 
fatto per la patria , che con tanto calore mi predicate? 

FU. Sei un ignorante! non sai quali sieno i nostri studi, e 
il bene che rechiamo alla società. 

Pul. Sono un ignorante? non so quali sieno i vostri studi? 
affé, voi sarete sordo ! Accostatevi, signor filosofo, un tantino, e 
ascoltatemi con un poco più d' attenzione. 



46 

Da che parte sta l'ignoranza? dalla mia perchè io non so 
fare altro mestiere che questo, con cui mantengo la mia fami- 
gliuola e non reco fastidio a nessuno; dalla mia perchè non 
so andare a far guerra, o pigliar cannonate, o scappar via come 
fecero quei bravi vostri compagni nell' anno scorso , dalla mia 
perchè non so progettar leggi e scritti tendenti a disordinar i 
popoli, a mettere in bollimento le passioni, a scannare i paci- 
fici cittadini, a rubare le altrui sostanze, a mettere gii stati in 
un' estrema miseria. Io sono come vedete, un ignorante, e ave- 
te ragione di dirmelo. Ma voi , razza di Giove, stirpe di semidei, 
la cui sapienza non si comprende , e le cui operazioni sono 
quelle del saccheggio, delle arsioni, dei massacri, sarete molto 
più bravo di me. Già lo comprendo al folto mento , ai lunghi 
mustacchi , e ai nastro tricolore che portate. Povera filosofia ! 
se tutti i tuoi seguaci sono di questa specie , Pulcinella senza 
dubbio è superiore a tutti i tuoi figli. 

FU. Voi altri vili ed ignoranti siete tutti fatti cosi: volete 
insolentire, e non altro. Volete godere i frutti dei nostri sudo- 
ri che spargiamo per una universale ristaurazione di questa co- 
mune patria , e non è possibile che vi moviate ad onta , non 
dirò delle ragioni più convincenti , ma ancora dei fatti egregi 
che tratto tratto vi dimostriamo, ed anche della morte che ta- 
lora incontriamo. Vili ed ignoranti che siete, indegni di vivere 
in questa patria! 

Pul. Oh fatemi un servizio, signor filosofo, partite di qua, 
altrimenti vi spiano questi sandali a traverso del grugno, che 
così non potrò di meglio servire alla patria e liberarla da un 
asino laureato. Fin qui avea creduto che i filosofi sapessero ra- 
gionare e far qualche cosa 5 ora vedo che sono vili, ignoranti 
ed assassini. Voi ci volete persuadere sragionando , dandoci ad 
intendere dei paradossi : voi dimostrate dei fatti egregi coli' in- 
gannare i popoli, e tradendo la patria. Diffatti si vedono ora 
le belle cose che avete fatto. Fortuna per Pulcinella che piena- 
mente non vi ha mai creduto ! guardate signor Filosofo, quanta 
gioventù avete ingannata e tradita, conducendola al maccello, 
facendole credere che era volontà di tutti i principi d' Italia 
che ella andasse a scacciare i barbari, e le bestie croate. Voi 
vili milantatori che vi fregiaste della croce di Cristo per por- 
tare in pacifiche provincie il saccheggio, il foco, la strage, il 
sacrilegio, e le enormezze più inaudite : voi che spogliaste sotto 



47 

il pretesto della sacra guerra tante povere case che ti diedero 
a titolo di limosine i pochi avanzi che avevano di biancherie i 
di ori, di denaro, che poscia fu tutto diviso tra pochi di voi: 
voi feccia della plebe, ingannatori, spergiuri, ipocriti, dov'è il 
bene che avete recato a questa terra, se non la disunione degli 
animi, lo scatenamento delle passioni, le vendette, gli omicidi, 
e i guai terribili e perpetui , di conserva cogli scandali , e la 
demoralizzazione del popolo ! e questi sono i fatti egregi che 
tanto vantate? Pulcinella che è della classe più infima del po- 
polo, certo non ha mai pensato di ruinare un uomo solo col bel 
pretesto di salvarne due. Signor Filosofo, questi sono i progressi 
del secolo. 

FU. Tu non intendi niente. Queste cose che tu chiami enor- 
mezze, sono giochi di mano necessari per render libera la pa- 
tria. Senza sangue non si fa nulla. 

Pul. Ah ! cane paterino ! venite qua che vi trapassi la pan- 
cia per liberar la patria.... che? vi allontanate? non è questo 
un gioco di mano scannare un filosofo, un impostore? Ah si, 
voi fuggite perfino il pensier della morte, rinculate dal suo co- 
spetto ! lo so, lo so che senza sangue non si fa niente, perciò 
sarebbe d' uopo che i sovrani mozzassero la testa a tutti i pari 
vostri, se volessero rassodare i loro troni, e assicurare per qual- 
che tempo la pubblica felicità. So , e conosco le stragi che a- 
vete fatto in Roma, in Ancona , e in altre città di tanti sacer- 
doti, e religiosi scannati a pie degli altari, e nelle pacifiche loro 
dimore dove innalzavano le braccia al cielo , supplicando per 
la pace di questa patria. E voi col pretesto di salvar questa 
terra, 1' avete inondata di sangue innocente , adempiendo quei 
terribili giuramenti che avete fatto di sterminare là religione, 
di schiacciare l'infame (il Cristo). Sì, che senza sangue non 
fate nulla, non eseguite gl'infernali progetti, non innalzerete 
mai una libertà che rende l'uomo allo stato di ferocità, di ti- 
rannia ec. mentre la religione vi predica fratellanza, amore, 
concordia, e felicità. Signor Filosofo, questi fatti sono patenti a 
tutto il mondo. 

FU. Ma con tutto questo declamare che fai, dimmi dunque 
come si fa a liberare la patria. 

Pul Io? lo debbo dire a voi? io? non avete voi stipendiati 
gli oratori, i poeti, gli stampatori, gì' istorici , e tutti gli scrit- 
tori che sanno dar buoni precetti di morale ai popoli per in- 
segnar loro come si abbia da servire alla patria ? 



FU. Ma tu non approvi i nostri metodi. 

Puh Chi li ha da approvare? ma siete tutti birbanti! oh! 
chi volete, che v'ascolti volontieri? 

FU. Tu certo no ; ma abbiam bene dei signori che per quan- 
ro è da loro metteranno in opera tutte le forze fisiche e mo< 
rali per riuscire a quel termine che bramiamo. 

Pul. Non mi meraviglio, signor Filosofo. Le università sono 
piene zeppe di questi vostri. seguaci. Diffatti tutte le rivoluzio- 
ni cominciano nelle università per mezzo della scolaresca : dun- 
que è segno che imparano, oltre le rispettive facoltà, certe al- 
tre lezioni che sono utilissime alla patria. E i legali che meglio 
degli altri conoscono i diritti dell' uomo , sono quei bravi che 
detronizzano i regnanti, e li proclamano caduti di diritto e di 
fatto dai loro troni. Costoro tutti hanno riscaldato le panche 
delle università senza apprendervi un granellino di senno. Lau- 
reati che sono a pieni voti, ma senza merito di scienza, voglio- 
no tosto occupare, dei posti. Ma non ve ne ha abbastanza. Dun- 
que bisogna farsene. Ecco le rivoluzioni le quali impiegano tutta 
questa brava gente, che giunge perfino alla Sovranità. Non c'è 
rimedio ! e il povero Pulcinella picchia e zomba, e fa inchini , 
e prega e scongiura non può mettere insieme due paoli! Alme- 
no Pulcinella non fa danno a nessuno. Ma voi altri.... Oh sì * 
che siete brava gente! figuratevi se con tante forze fisiche e 
e morali non vonote raggiungere questo scopo di divenire an- 
cora Sultani d'Egitto! 

FU* Colle celie non si persuade. 

Puh Sì signore, vogliono essere coltellate come fanno i hi 
ricchini, o cannonate come fanno i barbari, o buone lezioni co- 
me danno i filosofi. Le rivoluzioni , e le mutazioni dei regni non 
si fanno altrimenti. V intendo signor Filosofo. Diffatti io ho in- 
teso più volte a parlare di un certo Abate De La Mennais gran- 
de sovvertitore delle sane opinioni, le cui opere si leggevano 
tempo fa in alcuni circoli della provincia, in cui fa vedere che 
per liberare la patria ed esserle di utilità sono necessari i mas- 
sacri; e che siccome il Cristo per piantare la sua religione do- 
vette spargere il sangue con quello di 4utti i suoi discepoli, 
così è necessario per avere una completa rivoluzione strozzare 
e scannare tutti quanti i preti ed i buoni cittadini, e sopra ca- 
taste di corpi ammonticchiati salire ad una universale repubbli- 
ca. Questo è il vero bene della patria. 



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FU. Certo, perchè senza un male non si può conseguire un 
bene. Ma questo male che tu tanto compiangi, che è egli infine? 
tutti i tempi hanno avuto le proprie rivoluzioni, i proprii par- 
titi; chi è caduto, e chi si è alzato. Chi restò vincitore visse 
in pace, e fece godere la patria dei miglior bene. Per qual ra- 
gione non si può fare così anch' oggi, e togliere tanti disordi- 
ni, tante leggi ingiuste, e tanto dispotismo, e mettersi a livello 
delle altre nazioni? quando avrai ben censurato le nostre a- 
zioni , e quando avrai beri bilanciato i nostri falli con quelli 
dei passati tempi, vedrai che non v'ha nei nostri tutto quel 
male, e allora godrai almeno di una gradita libertà. 

Pul. Appunto così sragionarono sempre i filosofi pari vostri. 
Questa vostra cicalata da pazzo non merita risposta, né compa- 
timento. I vostri progetti, e tendenze, altro non fanno che di- 
struggere T ordine e la società. Questo è lo scopo che voi vi 
siete prefisso. A forza di delitti e di tradimenti come è possi- 
bile venire ad un ordine? tutte le rivoluzioni hanno recato danni 
incalcolabili infiniti agli stati, ed è stato d'uopo il tornare al- 
l'ordine primitivo per avere un'ora di quiete. Signor filosofo, 
le vostre infernali teorie non fanno per me, né per questa patria. 
FU. Tu vuoi già tutto a tuo modo. 
Pul. Cioè, secondo giustizia e ragione. 

FU. Dimmi dunque come faresti per rendere felice la patria? 
Pul. Oh bella! lo dovreste sapere meglio di me. Già ve 1' ho 
detto sin da principio. 

FU. Sì, me lo hai detto in breve ; ma vorrei intender meglio 
le cose per poter meglio bilanciare le lue ragioni con quelle di 
noi altri filosofi. 

Pul. E sarebbe questo il tempo da pigliar giudizio, giacché 
vedete e toccate con mano che tutti i vostri progetti non rie- 
scono che a mina e a distruzione. Ma chi sarà capace di per- 
suadere i filosofi se hanno giurato di distruggere la società? Tut- 
tavia, non per voi, ma per chi mi ascolta dirò, chlf non si 
procurerà mai il bene della patria fintanto si lascieranno re- 
gnare i pari vostri, che sono i di Tei giurati nemici , e non ven- 
gono esclusi dai pubblici impieghi tutti gli uomini ambiziosi, 
innetti, di dubbia fedeltà al Sovrano, e che a forza d'impegni 
ottengono i posti, e che non sanno disimpegnare, se non ma- 
lamente, le loro incombenze. Dirò che sarebbe santissima legge 
V impedire che tanta plebaglia di gioventù si ammettesse agli 

4 



50 
studi, senza abilità, senza talenti, e senza speranza di profito ? 
avvengachè se non si mette in testa a tutte le classi del popolo 
che i figli, debbono, per far bene, seguire i mestieri e le pro- 
fessioni dei loro padri, la patria sarà sempre in pericolo. A che 
scopo deve far l'avvocato il figlio del ciabattino, il matematico 
il figlio del sartore, il medico il figlio del pescivendolo? alla 
marra, alla marra questa infima plebe, se no, si alleveranno 
tanti rivoluzionari, oziosi, corrompitori della morale, delle scien- 
ze, peste ad assassinio della società! Se ciascuno seguisse le 
orme paterne e non bramasse innalzarsi sopra la sfera della sua 
condizione, e se si fosse, da un mezzo secolo in qua, usato 
così in tutta la nostra Italia ; non si sarebbero veduti tanti di- 
sperati privi di talento , benché onorati indebitamente di un qual- 
che titolo scientifico, cercare, ambire, ed occupare dei posti, 
a cui la loro nascita, il loro ingegno, e i talenti non avrebbe- 
ro mai innalzato. — Biro che i figli dei contadini e dei brac- 
cianti debbono imparare le necessarie, benché vili, professioni 
dei loro padri, che nulla giova per essi andare alle pubbliche 
scuole fino all'età dei dodici o quindici anni, dove non altro 
imparano che di vivere oziosi, di darsi alla pigrizia, di appren- 
der vizi, e di scompigliare, se solo imparano di leggere, le in- 
tere famiglie. Imparale dalle bestie, o Signori filosofi, ad edu- 
care i figli. 

FU. Hai finito? 

Pul. No, non ho finito, anzi ho molto da dirvi ; ma 

FìL Ma che? giacché hai cominciato la predica, farai bene 
a terminarla. Mi piace la tua sincerità. 

Pul. Benissimo, e di più vi dirò essere un abuso intollera- 
bile introdotto per opera della Setta, che in tutte le terricciuole 
si sieno eretti dei teatri a questo scopo (si dice) di divertire il 
popolo, e d' instruirlo. Quanto a divertirlo, ve lo concedo -, ma 
quantoad instruirlo, Signor no 5 purché per istruzione non in- 
tendiate la corruttela del cuore, le massime perniciose. Qui con- 
vengono dai paeselli vicini i giovinoti di bori tori ad apparare 
la più iniqua morale, vale a dire, a beffare le semplici perso- 
ne, a mettere in ridicolo le venerande leggi, a calunniare la 
chiesa, a divenir sospettosi, crudeli e tiranni dei loro prossimi. 
La bella istruzione è questa! quanto farebbero meglio costoro 
attendere alle faccende di casa, spendere il tempo e il denaro 
in cose migliori ! Si compiangono poi certi falli che succedono, 



òl 

ȓ corre allora dal pievano per avere assistenza ed aiuto ! ma 
se costoro avessero un poco più del teatro frequentata la chie- 
sa, non sarebbero forse arrivali a terribili eccessi. Vedete, si- 
gnor Filosofo, come i villici, ed i plebei per questa frequenza 
che usano a siffatti luoghi abbiano abbracciato un pretto cini- 
smo 1 , e come sieno giocatori, e quante ore spendano nei caffè, 
e quante mode e divertimenti vogliano godere! Dite mo che i 
nostri padri avessero una sola centesima parte dei vizi che ha 
la moderna gioventù! ma come fanno a mantener questi vizi? 
dove ricavano il contante? meglio de' libri computistici che ten- 
gono i padroni , nessuno lo saprebbe dire. 

FU. Caro Pulcinella, tu hai sbagliato vocazione: veggo che 
tu dovevi farti frate. 

Pul Ma non volete voi che io vi dica come si fa a render 
felice la patria? ebbene, educate il popolo in quella guisa che 
usavano i nostri vecchi, cioè togliete via tutte le occasioni di se- 
ducimento, tutti i pericoli, tutti gl'insegnamenti contrari alla 
buona morale, e rimettetelo nella semplicità degli antichi co- 
stumi, ed ecco la patria essere di nuovo felice per mancanza di 
quella folla di bellimbusti viziosi ed impertinenti. 

FU. Diresti forse che non vi fosse più rimedio a tanti danni? 

Pul. Senza dubbio se si prosiegue cosi. Anzi la patria andrà 
peggiorando a misura che si corrompono i costumi, e si vizia 
il cuore. Fin qui non v' ha farmaco che la guarisca. Che vole- 
te ! dapertutto libri cattivi e seducenti che rompono i giovani 
ad infami delitti; divertimenti nelle città, nelle castelle, e nei 
villaggi, insubordinazione ai superiori, ed alle leggi; niun timo- 
re e rispetto verso chi comanda, tutti a briglia sciolta corrono 
ove le passioni rompono maggiormente. Volete voi metter ri- 
paro a queste pessime costumanze? 

FU. Dunque prevedi un infausto avvenire ? 

Pul. Certo ! e lo posso argomentare dal presente e dal passato. 

FiL Lascia fare a noi filosofi e vedrai che le cose cammine- 
ranno bene. 

Pul Povero scimunito ! sapete qual cosa farebbe camminar 
bene tutte queste partite? ve la dirò all' orecchio perchè nes- 
suno senta; fatevi più in qua, sapete? — le cannonate, e le 
bombe — zitto. Avete inteso? 

FU' Tu sei indiavolato. Così non si fa bene alla patria, ma 
si ruina. Bisogna comandare colla dolcezza e non col terrore. 



52 

Pul. Voi altri oltre che non rapite nulla, non credete nem- 
meno alle cose più evidenti. Si è regnato colla dolcezza ed ec« 
co rivoluzioni, massacri, e iniquità d'ogni maniera. Si mette 
un poco di terrore, ed ecco gridar contro il despotismo, e alla 
tirannia, e in ogni modo la patria prova sempre dei danni in- 
calcolabili. Voi altri vorreste vivere da bestia, senza principi, 
senza leggi, e rubare e uccìdere chi non pensa come voi. Ma 
la patria, sig. Filosofo esige tutt' altro, sapete? 

FU, Insomma io non posso convertirti, come tu non puoi 
convertir me. 

Pul. Sarà difficile che mi .convertiate a voi dopo che vi veg- 
go essere gli assassini della patria. Che io poi pensi di convertir 
voi è lo stesso che pretenda di pestar l'acqua nei mortaio. 

FU. Ma senza tante cose vi deve essere una via di mezzo a 
concigliare le oppinioni, e mettere finalmente la patria in uno 
stato felice. 

Pul. Non volete altro? eccomi pronto, ma ricordatevi bene 
che termino con ciò questo dialogo, e le ragioni che vi dirò 
saranno sì convincenti che non ammetteranno eccezione. Per 
rendere dunque felice la patria dovete usare tutte quelle solle- 
citudini che adoprereste a render felice voi stesso e i vostri 
prossimi. Questa sollecitudine è sacra ed obbligante, dunque e 
tale anche inverso la patria, e chi non la usa, non è patriotta, 
ma nemico di se e di lei. La patria è il nodo primo che le.^a 
ogni società, che vuole tutti uniti ne!F amore, e chi questo non 
cura può dirsi un ramingo, e un vero oggetto di disprezzo, di 
odio, e schiavo di tutti. Gli Ebrei i quali ora non hanno patria, 
né nazionalità, sono veramente di tutte le nazioni vili mancipi, 
e oggetto di disprezzo appo tutti. La patria esige di esser dif- 
fesa, dunque ciascun patriotta deve correre all' armi per cacciar 
lo straniero che viene ad opprimerla, e chi noi fa è un vile e 
un traditore. Ma guardate bene di non confonder gli stranieri 
che vengono a dare aiuto, con quelli che vengono ad opprime- 
re. I primi sono exempli gratta i tedeschi (a) i quali, amici del 

(a) Ora ogni cuore religioso e gentile non deve esser grato sola- 
mente ai tedeschi dello averci liberati dalla sì terribile anarchia che 
più di un anno ci tormentò, ma a tutti quei generosi principi e na- 
zioni che colle armi, e con altra influenza riconquistarono questi 
stati d' Italia , rimettendoli in mano dei rispettivi loro Sovrani. 



53 

papa, vengono a sostenere i suoi diritti, ed a cacciare, se è 
possibile, quei vandali che da tanto tempo ci opprimono, e ro- 
vinano questo stalo. Costoro sono da accogliersi come liberato- 
ri di quelle calamità in cui ci hanno immerso i nostri bruti. 
Quegli altri che vengono ad opprimere, o a diffonder massime 
rivoluzionarie, o a corrompere i costumi, o a rubare le nostre 
arti, sono da espellersi con tutto il vigore, e chi noi fa è un 
traditore. Se volete dunque, voi altri filosofi, esser veri patri- 
ota, bisogna che siate fedeli a chi governa, dovete impugnar 
le armi sotto il vessillo del vostro sovrano, e correre ove la 
difesa è necessaria ; ma non a portar la guerra negli stati altrui, 
perchè non avete diritto , e nessuno ve lo comanda , ma per 
salvare unicamente la vostra terra che è sacra. La patria esige 
che si promovano le scienze e le arti belle, e chi non concor- 
re con lei è un vile. Ma la patria non ama e non vuole le vostre 
scienze sovvertitrici, e le vostre arti subdole e frodolenle; ma 
scienze utili a tutti i suoi figli; scienze, quali insegnavano i 
nostri avi la cui fama e riputazione era nota all' Europa inte- 
ra. Vuole che le arti siano di ornamento e di utilità, ma non 
di scandalo e di ruina. Ma che dovrò dirvi , signor Filosofo , 
della premura che esige la patria perchè si conservi il sacro 
deposito della sua religione? vi veggo impallidire!!!! Ma fatevi 
coraggio che la religione non è quella cosa tanto insipida che 
voi altri andate predicando. Sappiate anzi che la religione è 
quella cosa che vuole felice la patria. Essa comanda amore ai 
re, comanda che i re sieno padri dei popoli , comanda che i 
popoli si riguardino come fratelli, e che tutti questi fratelli che à 
formano una sola famiglia stieno soggetti a chi li governa; 
perocché chi si toglie dalla soggezione rompe quel nodo che 
mantiene l'ordine nella società, ed inabissa la patria in infinite 
sventure. I principi sono e saranno sempre i padri dei popoli , 
i promotori ed i sostenitori delle loro libertà, elei loro diritti, 
intenderanno sempre a far giustizia, purché non vengano im- 
pediti dalle vostre mene, proteggeranno le scienze, le arti, le 
utili invenzioni. Voi andate gridando che sotto i governi dei re 
non siete liberi a far del bene per la patria. Ma ditemi in fede 
vostra, chi vi ha mai impedito di far il bene? le leggi di tutti 
i dominanti non si oppongono che al male. Leggete tutti i co- 
dici del mondo emanati dai principi , e vedrete che tutti si e- 
stendono a promovete l'ordine e la felicità dei popoli, e ad 



u 

impedire i disordini, ed a punire i colpevoli. Sicché dunque mi 
pare che non abbiate ragione di lamentarvi. Sapete che cosa 
vorreste? vorreste che i principi facessero a vostro modo, e li 
vorreste cacciare fuori del mondo. 

FU. Tu dì troppo , o Pulcinella. Nessuno ha mai preteso 
questo. 

Pul. Voi mentite. Tre, o quattro mesi fa gridavate ex papa 
ex re, ex duca, ex etc. questo è segno che non li conoscevate, 
e non li volevate più per vostri principi. Dunque siete tradito- 
ri, calunniatori, ed ora ipocriti. Deh, signori filosofi, specchia- 
tevi nel quadro che ci presenta l'istoria dei nostri giorni! 
guardate il falso amor di patria a che vi condusse! guardate 
come ingannaste i popoli, e in qual abbisso di miserie lunghe 
e tremende cacciaste questa misera Italia, e con lei quasi l' in- 
tera Europa! Sì, questa Europa invasa dalle false dottrine dei 
suoi demagoghi, che filosofi chiamar si fanno, scuotendo quasi 
ovunque il gioco antico de' legittimi governi , e mettendo un 
altissimo grido, mentre si pasce e si letizia nell'idea di una 
repubblica, trovasi conficcata nel fango lotolento della più cru- 
dele anarchia. Ma mentre strappa di capo la corona a' suoi re, 
e la mette in quello de 5 suoi demagoghi, spargono questi furio- 
samente il sangue de' loro compatriotti, minano questa comune 
patria, e la immergono in tutte le sventure! Il delirio ogni dì 
più prende lena; e tanti esempli di barbarie non più uditi non 
mettono terrore, anzi inferociscono maggiormente gli animi dei 
moderni seguaci di Catilina. Sì, i popoli briachi rompendo i 
sacri vincoli che li rannodano, scavano la fossa e il precipizio 

sotto de' loro piedi. Italia mia ancor tu delirante ed ebbra? 

non hai ancora abbastanza tollerato?.... Oh patria, o terra di 
tanti eroi non apri ancora gli occhi?.... Deh non porre tua fi- 
danza ne' novelli tuoi bruti, e in tanti stranieri che t'illudono! 
Deh si rimarginino quelle tante tue piaghe che tanti tuoi figli, 
più mostri addivenuti che uomini li riaprirono a strazio tre- 
mendo ed eterno dei popoli I tuoi legittimi principi che tan- 
to si affaticano per la tua felicità, avrai dunque cuore di ab- 
bandonare, e seguire invece una turba di despoti che crudel- 
mente ti minano, da divenire ludibrio perpetuo delle nazioni 
meno civili e meno saggie di te?...... 

FU. Caro Pulcinella, tu mi hai sbalordito. Conosco ora che 
tu sei un vero patriotta, e chi non cammina con te, va fuori 
di strada. Ti sono obbligato. 



5t> 



PuL Se amerete la patria come vi ho esposto, nel farvi con- 
tento, lei non meno renderete felice. Addio, signor filosofo; il 
cielo v 1 illumini che ne avete un gran bisogno. 




IMPRIMATUR 
Fr. Sebastianus Pallavicino V. G. S. 0. 



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